venerdì 28 gennaio 2011

il tricolore è la mia vita

C'è un popolo che si è sempre comportato da vittima, rievocando olocausti e deportazioni di massa subite da dittatori in preda a crisi di potere e prede di decisioni massoniche.

Sembra che stia parlando degli eventi caratterizzanti della seconda guerra mondiale, invece bisogna andare di circa 100 anni indietro rispetto questo periodo.

Nel 1860, migliaia di meridionali sono stati deportati, mentre i superstiti sono emigrati, famiglie che ancora oggi si dividono, figli che possono godere dell'affetto dei loro papà solo nei fine settimana, altri che non li rivedranno più perchè sono morti sul lavoro in un paese lontano.

Industrie che cavalcando la farsa della questione meridionale, hanno goduto di incentivi per aprire industrie nel sud italia, per poi richiuderle lasciando città intere sull'orlo di una crisi sociale.

Cassa del mezzogiorno, piano per il sud, aree sottosviluppate, FAS, ecc. sono sempre stati il bancomat delle imprese del nord.

Leggi che garantiscono continui incentivi alle capitali della gastronomia, manco a dirlo tutte al nord.

Una incessante campagna denigratoria di tutto il meridione, dove ogni pelo diventa trave.

Cade una frana al sud, colpa dell'abusivismo.

Esonda un fiume nel mezzo della pianura padana, causando milioni di euro di danni alle case costruite a ridosso degli alvei o in una vallata, colpa del clima impazzito.

La mozzarella di bufala è fatta con latte di vaccino, TRAGEDIA!!!

ci sono i topi nel parmigiano reggiano, è un caso isolato di uno dei cooperanti.

Il silenzio al sud, è sinonimo di omertà

il silenzio del nord è riservatezza.

Se la gente sciopera al sud per i propri diritti, c'è la camorra infiltrata.

Se i ragazzi a milano assaltano una volante dei vigili urbani, è un disagio che va combattuto con investimenti.

Oggi sei io parlo male degli ebrei, (non lo farò ne oggi ne mai ne per gli ebrei ne nei confronti di nessun altro popolo) vengo assalito, tirano fuori la seconda guerra mondiale, e mi chiamano palestinese.

Oggi se parlo male del meridione, faccio un libro divento ricco e sono invitato alle trasmissioni.

Quanti problemi abbiamo noi meridionali, ma sono niente rispetto agli scandali di ruberie, tangenti e puttanieri vari che sono il simbolo del 150° anno dell'unità d'italia.

Anzi, sono il riassunto di 150 anni di unita d'italia.

IL TRICOLORE E' LA MIA VITA:

VERDE di rabbia è il colore della mia faccia;

BIANCO anemico è il mio volto sfruttato dai colonizzatori padani;

ROSSO è il colore del mio conto corrente prosciugato da un ladro con 150 anni di esperienza.

E' il momento di azzerare cariche istituzionali, costituzione, politici e nazione, ed iniziare nuovamente da dove è stato commesso l'errore, 150 anni fa.

Nello Esposito

mercoledì 8 settembre 2010

III Congresso dei Comitati delle Due Sicilie

Caserta 3 ottobre 2010

Si terrà presso l'Hotel Pisani, viale Carlo III, città di San Nicola La Strada (CE).

Tel.: 0823/421204; FAX: 0823/422348

Programma

  • Ore 09.00: Apertura del Congresso
  • Ore 09.10: Insediamento dell’ufficio di Presidenza e della Commissione per lo scrutinio.
  • Ore 09.30: Saluto delle Autorità e convitati
  • Ore 11.30: Relazioni dei Coordinatori Regionali, Provinciali e zonali dei Comitati Due Sicilie
  • Ore 12.30: Relazione del Presidente nazionale, dei Vicepresidenti nazionali, del Segretario nazionale e del Tesoriere nazionale uscenti
  • Ore 13.30: Pausa lavori
  • Ore 15.30: Continuazione Interventi
  • Ore: 16.30: Spoglio
  • Ore: 17.00: Proclamazione degli eletti

I soci potranno ritirare la scheda elettorale al momento della presentazione della propria tessera CDS, farne richiesta e ritirarla anche domenica mattina 3 ottobre.

Il Direttivo nazionale CDS


Per ulteriori informazioni:

  • Tel: 3314067037 - 3383104367

Per chi volesse muoversi da Castellammare di Stabia:

329 41 38 423

giovedì 15 luglio 2010

La famiglia, la classe, il partito

di Nicola ZITARA

Secondo la visiona sociale di Marx, allo sfruttamento capitalistico non è sottoposto il singolo lavoratore (maschio, femmina, fanciullo) ma la famiglia operaia nel suo assieme, il proletariato. Già da tempi preistorici, la famiglia contadina era la centrale della produzione e della riproduzione sociale. Alla famiglia si opponeva la proprietà - di regola il guerriero, il quale con la violenza delle armi si appropriava di una parte del prodotto, lasciando ai contadini il minimo vitale. Con la rivoluzione industriale i rapporti non sono cambiati se non dal lato delle armi. Il capitalista non possiede le armi ma la macchina, senza la quale l'operaio non potrebbe produrre per il mercato. Anche questo possesso ha il carattere della violenza.

Oggi viviamo in un mondo di afamilismo generalizzato. La macchina chiude la vita della famiglia. La famiglia si è indebolita come nucleo produttivo e lascia sempre più spazio al sopruso. La stessa riproduzione naturale è minacciata. Privi di prospettive, i giovani non si sposano o arrivano tardi al matrimonio. Questa regressione porta a spostare l'attenzione dalla politica sindacale alla politica familiare, come per altro già avviene in Francia e Germania. E' il cambiamento dell'ottica sociale. Invece che dire: "Termini Imerese non chiude", diciamo: "Quale destino prepariamo per le famiglie operaie di Termini Imerese?" Nasce da qui un bisogno di localistico, di comunale, di progettualità paesana che era di altri tempi.

Molti or sono furono ripubblicati gli Atti di alcune giunte provinciali della Calabria, il cui ricordo ancora mi colpisce per l'attenzione alle situazioni familiari. Si era ancora nel mondo contadino. Bisognava decidere sul posto, maggioranza delle famiglie da una parte e minoranza dall'altra, senza tentare d'accartocciare lo scontro spedendolo a un'istanza superiore. Bisognava aprire una discarica? non era possibile fare altrimenti per le famiglie? Si apriva la discarica con l'accortezza necessaria e sufficiente. Bisognava ripulire un luogo da un vecchio impianto? Lo si faceva nell'interesse delle famiglie. Bisognava dare lavoro alla gente? Si studiava come e dove, e si reperivano i capitali familiari in cerca d'investimento. Oggi i capitali viaggiano senza indirizzo per un qualunque posto del mondo e risultano assenti proprio dove sono prodotti.

L'impersonalità dell'impresa ha condotto a ritenere che il luogo d'incontro della famiglia sia il vicolo, la vineja. Invece, come avveniva nel mondo del mutualismo contadino, le famiglie si incontrano sul terreno della produzione. Dietro i centomila ferrovieri ci sono centomila coniugi e centomila figli. La famiglia è il sostegno che si ha sul luogo di lavoro, nel valutare e contemperare convenienze, nel creare luoghi di associazione.

La famiglia antica si raggruppava sul podere. L'uomo lavorava all'aratro, la donna nell'orto, i ragazzi a far pascere il bestiame minuto. Oggi l'uomo lavora in fabbrica, la donna insegna, i ragazzi vanno a scuola. Ci si incontra non più per il lavoro, ma per il consumo. Lo scontro tra capitale e lavoro prescinde dalla famiglia. Persino le imposte colpiscono il reddito della persona fisica e non il reddito familiare. Eppure il mondo continua a individuarsi per famiglie. Il padre provvede al figlio, la donna all'uomo, i giovani ai vecchi (o ridicolmente, viceversa, i vecchi ai giovani).

La grande depressione che sta attanagliando il mondo mette le popolazioni una contro l'altra. I cinesi non fanno alcun piacere agli italiani producendo abiti e computer a prezzi stracciati. La competizione internazionale sfonda le porte ed entra in casa senza alcun rispetto per la famiglia. L'aggressione viene purtroppo resa più violenta dal partito operaio, che tende a farsi esso stesso Stato operaio, falsificando le imprese come se fossero legioni destinate a far guerra a un nemico visibile o anche invisibile. Questa novità ha fatto scivolare il partito di classe e il sindacato alla condizione di nemico della classe e della famiglia che sta dietro le braccia del singolo lavoratore. Non è per niente detto che produrre altre automobili sia un vantaggio per chi non ha un lavoro, se poi il prezzo del lavoro si abbassa fino all'accattonaggio. In condizioni date di sovrapproduzione, se il lavoro riceve una bassa remunerazione, la sovrapproduzione aumenta e non il contrario. E qui, in questa contraddizione, finisce il partito che si è fatto Stato.

La fine del partito-Stato operaio, il ritorno alla famiglia, al localismo, all'esame freddo e analitico delle esigenze della comunità locale scaturiscono dalla contraddizione insita nello sviluppo della politica in grande, il cui risultato è lo Stato come Stato del capitale e dei capitalisti. La democrazia non ha che scarsi mezzi di difesa contro le concentrazioni capitalistiche. In effetti la verità è una danza che viene ballata sui giornali del grande capitale. E' ben difficile che venga fuori nuda. In opposizione al clamore giornalistico sta la morale sociale, che è una sedimentazione tradizionale tra il giusto e l'ingiusto, un rema che afflisse i grandi tragici dell'antica Grecia. Il giusto dovrebbe tradursi in diritto, in legge. "La legge agraria di Tiberio Gracco", che riordinò, con il podere contadino, il panorama sociale e agrario dell'antica Italia. La famiglia in opposizione alla proprietà senatoria! il diritto dei deboli che lavorano per tutti! Oggi la gens romana è soltanto un ricordo libresco? A me pare che l'accumulazione capitalistica le somigli parecchio. Emerge qui un inganno del sistema capitalistico. La famiglia si contrapporrebbe all'impresa perché fornisce il lavoro, mentre l'impresa, cioè il capitale, fornirebbe i mezzi per la produzione. Però le cose stanno in modo diverso. La grande massa del risparmio privato non è proprietà dei gruppi capitalistici, ma delle famiglie. Il capitale concentra questa massa nella Banca e la investe allorché si rende conto che può trarre profitto. In sostanza la Banca è un "senatore" che impiega i legionari per mettere in piedi una forza capace di sovrastare la massa dei suoi legionari, i quali insensibili ai propri interessi familiari prendono a combattere i propri simili e sé stessi.

Posso parlare solo di impressioni. Da quel che si vede in Europa e da quel poco che si capisce dalla Cina, la mia impressione è che il partito-classe abbia esaurito il suo ruolo storico di difensore del proletariato. In opposizione e simmetricamente viene in rilievo la famiglia, persino nella sua precisa articolazione di famiglia italica che si batte per la proprietà del podere. Un podere ovviamente inteso non come cosa ma come simbolo di un potere, di una libertà.

Il ritorno ai diritti della famiglia riapre anche gli occhi sulla condizione della comunità locale, oggi fin troppo mortificata da poteri sovracomunali e mette in primo piano quella novità del diritto che è la class action, che permette ai deboli di agire in giudizio contro i potenti.

le matrici della crisi identitaria - G. SALEMI

sono più che d'accordo con voi e non lo sono con quelli che si rizelano quando questi difetti nostri sono evidenziati .Le cose negative vanno corrette e renderle note, sempre nella giusta maniera, è cosa utile.

lunedì 12 luglio 2010

LE MATRICI DELLA CRISI IDENTITARIA - 3

NON GENERALIZZO, MI GUARDO ATTORNO

La rinascita dell’identità di un popolo, passando per la riscoperta della propria storia, mal si concilia con la strafottenza, la prepotenza, il bisogno si essere assistiti, ed il voler passare per furbi del popolo meridionale.

Sic et simpliciter.

La prepotenza dei piccoli gesti di un popolo, come il non saper stare in fila, o voler parcheggiare in sosta vietata, o voler costruire una casa abusiva, caratterizza la vita di tante persone.

Chi commette un atto incivile, come chi lo subisce, che deve sottostare, con le conseguenze del caso, alla prepotenza altrui, ricavandone perdite di tempo, di diritto e di civiltà diffusa, nonché l’etichettatura da parte dell’intera nazione italiana, di “popolo incivile che bisogna educare”.

Esempio di sfruttamento di un etichetta, sono le assicurazioni RCA.

Il meridione è posto fra l’incudine ed il martello.

Da una parte le compagnie di assicurazione toscopadane, che sfruttando dati statistici ormai superati, hanno catalogato il popolo del meridione come truffatore, e per tanto lo punisce, indistintamente, con tariffe proibitive.

Dall’altra i truffatori, i prepotenti, quelli che si svegliano la mattina per farsi i giri degli ospedali in cerca di feriti a cui proporre l’affare, essere ufficialmente “investiti” per riscuotere il risarcimento danni.

Altro capitolo sono invece, tutti quei falsi lavoratori, che trovano posto nelle imprese fantasma, lavatrici della camorra, quelle create per attingere dalle emergenze del meridione. Il lavoratore, solo ufficialmente, visto che continua a fare il parcheggiatore abusivo, percepisce una parte della busta paga emessa dall’impresa della camorra, l’altra parte va nelle tasche del clan, soldi puliti.

Di meridionali truffatori, l’italia intera ne è piena. Cercare un modo di guadagnare SENZA LAVORARE (ma parliamo di poche migliaia di euro, perché per la categoria MILIONI TRUFFATI nessuno batte i padani) è sintomo di mancanza di identità, strafottenza del territorio e di un popolo.

Perfino la gioventù, quella che dovrebbe essere il nostro domani, è fiera di portare un coltello, o fare da pony express delle armi per la camorra, che gli garantisce un “fisso” mensile solo per fare il palo nei quartieri ghetto.

Migliaia di contadini che dismettono la coltivazione tipica della propria famiglia e della propria terra, per accedere ai fondi comunitari, si ritrovano poi con un pezzo di terra economicamente improduttivo, costretti quindi a mettere a reddito, tramite l’abusivismo edilizio, il loro pezzo di terra.

Ancora l’assistenzialismo forzato, cioè tutti quei lavoratori che, schiavi di un padrone, fanno parte della squadra di operai di un azienda improduttiva, che magari fino a ieri hanno prodotto videocassette, ed oggi si trovano ad affrontare la crisi per colpa di chi non ha investito nella rigenerazione e riconversione della produzione. Pretendono che lo stato risolva il loro immobilismo.

Pure i professionisti, i colletti bianchi, gente che per 30 anni sono stati a capo chino sui libri di scuola per diventare, avvocati, architetti, commercialisti. Anche loro vivono ancora nell’idea che si è più bravi si hanno le conoscenze giuste nel posto giusto. Purtroppo è così! In un quartiere si da il permesso per costruire un palazzo architettonicamente orrendo, mentre chi vuole costruire una semplice scala riceve un secco diniego. È veramente squallido passare una giornata sull’ufficio tecnico comunale, vedere i dipendenti in divisa da fancazzista, accerchiati da viscidi professionisti intenti ad accaparrare qualche favore o qualche “distrazione”.

Il resoconto di una giornata tipo di un meridionale, lo si può leggere nella favola della gazzella e del leone, “non importa tu chi sei, basta che inizi a correre”, che tu sia una vittima o un carnefice del disagio del popolo meridionale, sei costretto a sopravvivere, arrancare per arrivare a fine giornata, quindi non ti biasimo se storci il naso quando senti parlare di rinascita di identità meridionale, hai altro a cui pensare.

Naturalmente per ogni punti evidenziato, ci sono centinaia di voci che possono affermare il contrario, ma vi assicuro che ho solo tristemente descritto la maggioranza della gente che mi circonda.

Nello Esposito

martedì 29 giugno 2010

Alzare le vele della separazione

di Nicola Zitara

I Sud sta vivendo una situazione non sostenibile più a lungo. In effetti la demarcazione tra le due parti del paese italiano si fa sempre più pronunziata. Il reddito meridionale (quello effettivo, più di quello statistico) si è afflosciato al punto da far dire che il costo della vita al Sud è inferiore del 15% rispetto al Nord. Andando al reddito pro capite un lavoratore (eccezionalmente) occupato non riesce a realizzare più di ottocento euro al mese, il salario di una colf locale è appena sopra la metà del guadagno di un extracomunitario. Nonostante questa situazione permangono tariffe e prezzi pubblici settentrionali. Deve il mercato non opera le tariffe e i prezzi pubblici non si adeguano alla situazione meridionale. Un certificato del medico di base costa venticinque euro come a Milano, cioè un trentesimo di un salario mensile, mentre a Milano sarà pari a un sessantesimo. Guai poi ad imbattersi nella contravvenzione per un divieto di sosta o per un sorpasso irregolare. Se ne va la metà del reddito mensile. Le forniture di acqua, di elettricità, di gas subiscono tariffe più gravose di quelle comunemente correnti al Nord. La tassa sulla spazzatura toglie il fiato.

A fronte di questa situazione il vecchio personale politico sta in bilico se accettare o rifiutare la separazione in due Stati. Meglio sarebbe che si prodigasse a studiare le situazioni concrete per modificare l’unitarismo tariffario, portando la modificazione a livello di comuni, province, regioni e Stato. Il altri tempi la Lombardia ottenne un trattamento tributario diverso da quello nazionale asserendo i maggiori costi di un diverso assetto agricolo. La stessa cosa bisogna fare oggi visto che leggi di quel tempo non sono state cambiate, ma rafforzate.

Il discorso che si fa ai politici di caratura nazionale va fatto alla crescente quantità di persone che oggi vorrebbero impegnarsi per la separazione. Queste persone è bene che abbiano chiaro che la separazione sarà probabilmente la riunione di un consiglio di amministrazione nazionale avente per oggetto le obbligazioni e i dividendi e non certo lo scontro di due eserciti in armi. Su questo fatto bisogna cominciare a riflettere seriamente e rivedere per esempio “a chi va il gettito dell’IVA", se all’area di produzione ((Settentrione) o all’area di consumo (Meridione) perché questa particolare imposta è tale e quale un dazio di consumo. E si sa che il dazio di consumo è spettato sempre ai comuni e alle realtà locali in cui esso si verifica.

Quanto sopra è un’esemplificazione della preparazione mentale alla separazione in due Stati che autoregolano il loro rapporto corrente. Giuristi, economisti, statistici, amministrativisti debbono prepararsi a questa ginnastica mentale delle previsioni e dei conteggi, altrimenti la separazione si rivelerà per il Sud più un danno che un vantaggio.

lunedì 28 giugno 2010

LE MATRICI DELLA CRISI IDENTITARIA – 2

Ieri, mentre sfogliavo la mia raccolta di giornali (conservo i numeri di quotidiani che riguardano eventi particolari) sono arrivato ad un foglio degli anni ’90, in effetti l’articolo per cui lo conservavo non era più importante, ma … dietro al foglio c’era una pubblicità istituzionale della cassa per il mezzogiorno. Nel testo mi ha colpito principalmente una frase “…in 40 anni di gestione straordinaria del territorio del mezzogiorno…”

LA GESTIONE STRAORDINARIA CHE DURA DA 40 ANNI?

Incuriosito me ne vado in giro per gli anni passati, leggendo qualche notizia da internet, o da giornali di inizio secolo, quindi trascrivo alcuni scritti di Scarfoglio:

“… i tumulti di quell’anno mostrarono l’Italia vera, affamata, che cerimonie pubbliche, ampliamenti urbanistici, monumenti ed esposizioni tendevano a celare dando l’illusione di un paese felice, in crescita ed in serenità la cosiddetta Italia Umbertina…”

Questo dopo che il governo nel 1902, aveva varato una legge per ripianare i debiti milionari che la RISANAMENTO NAPOLI, aveva contratto con comune e banche in 17 anni di attività.

“…la legge speciale, dava a Napoli il porto franco, l’energia del Volturno, molte agevolazioni alla nascita di grandi imprese, ma il sospetto che tali facilitazioni, trovando perplessa e timorosa la classe imprenditrice locale, finissero per favorire insediamenti di gruppi industriali già operanti al Nord…

l’indomani nel 1904 nasce il polo industriale di BAGNOLI.

La gestione straordinaria, quindi, non è durata solo 40 anni, ma ha semplicemente mutato la sua forma.

Inizialmente i regi decreti (quelli sabaudi) erano repressivi su tutto il territorio meridionale, lotta al brigantaggio, soppressione degli ordini religiosi, estradizione dei malfattori verso la Spagna ecc., poi, in seguito, le azioni furono diversificate, mantenendo l’azione violenta nelle campagne e nelle terre lontane come nelle Puglie o in Sicilia, dove per esempio Crispi ottenne l’autorizzazione allo stato d’assedio per favorire le richieste dei grandi proprietari terrieri, mentre nella Capitale dell’ex Regno delle due Sicilie, si cambiava registro, sfruttando il pagnottista pensiero del popolo napolEtano.

Così iniziarono le grandi opere, Risanamento Napoli, la realizzazione di monumenti come galleria Umberto, portavano fondi nella città, garantendo un lavoro a tante persone. Questo per i napoletani, significava sopravvivere, e dovendo scegliere se alimentare la famiglia o la cultura napolItana scegliavano, o erano costretti a scegliere, la famiglia.

Erano poche le persone che si accorgevano della grave crisi che l’unità d’italia aveva portato nel meridione ed a Napoli, ma questi o erano intellettuali, il cui pensiero difficilmente era ascoltato dal popolo, o erano etichettati come anarchici filo-borbonici e per questo processati.

Le due grandi guerre poi, furono un momento propizio per la definitiva estinzione del pensiero NapolItano.

Immediatamente dopo, le crisi, l’emigrazione, l’emergenza sociale, favorirono il continuo distacco della gente nei confronti dell’amore per propria patria.

Lo stato italiano, marciando sulla eterna crisi occupazionale, e per scongiurare un allarme sociale che avrebbe favorito il rinascere di moti indipendentisti, mai sopiti del tutto, continuavano, e continuano ancora oggi a favorire gli investimenti degli industriali padani nel sud italia, per portare lavoro e finto benessere, per dare potere d’acquisto anche all’ultimo scugnizzo rimasto.

D’altronde, nell’opera di anestesia identitaria del meridione, lo stato è stato affiancato da quelli che dovrebbero essere i rivali, e cioè i sindacati.

Nati in gran segreto, come rappresentanti dei lavoratori, più volte repressi (vedi il partito socialista dei lavoratori a fine ‘800), si sono trasformati prima in antipadrone, poi in istituzioni vere e proprie capaci (per diritto) di gestire le vite, non le volontà, di milioni di lavoratori.

Chi ne trarrebbe vantaggio se tutti i problemi dei lavoratori dovessero essere risolti? Avrebbe ancora senso l’esistenza di un sindacato, in un paese dove un azienda nasce locale, investe sul territorio, e crea ricchezza per il popolo locale, mantenendo il contatto con essa?

L’importante non è risolvere i problemi, ma creare i presupposti per una eterna dipendenza da qualcuno.

Lo stato italiano continua la sua politica cerchiobottista, mantenendo il popolo del meridione in un eterno limbo, in bilico fra allarme sociale e momenti di normale dramma occupazionale, per poter gestire, in questo modo, tramite la propaganda di cultura standardizzata fatta di tette e talk show, l’ancora attuale e pericoloso sentimento meridionalista, acquisendo, per diritto, l’esclusività anche di tali argomenti.

Nello Esposito

ah Mannaggia Calibarde!


brano tratto da "?o pezzente 'e San Gennaro"
di
Ferdinando RUSSO
29 Agosto 1898
'O CUVERNE 'E TALIANE
NCE HA ARREDUTTE PELLE E OSSA!
QUANTE 'E VUIE, QUANN'E' DIMANE,
SE CAGNASSERO CU MME!
AH MANNAGGIA CALIBARDE!
FRANCISCHIELLO, FRANCISCHIE'!

lunedì 21 giugno 2010

20 ANNI NEL FANGO - andiamo per esclusione

come è tradizione per le terre settentrionali, la festa per i separatisti (loro si definiscono così, ma in effetti sono 20 anni che rubano i soldi dalle casse romane) è stata celebrata per il 20° anno (non consecutivo) in una pontida infangata.
In 20 anni sono cambiate molte cose, ora festeggiano in 50.000 (quasi l'intera popolazione settentrionale), ora hanno di diritto rubato un opera inventandosela come inno, si sono inventati eroi e storia, combattono per i diritti del popolo padano, eppure...
... eppure sembra che la loro unica rivendicazione riguardi una palese appartenenza ad un popolo, che per ora non esiste, ma pur di capire chi sono vanno per esclusione, per ora hanno capito di non essere napoletani!

venerdì 18 giugno 2010

LE MATRICI DELLA CRISI IDENTITARIA - 1

Stamattina, diversamente da tutte le altre mattine, ero ben sveglio e, camminando per andare al lavoro nella calma delle 5.30 del mattino, ho avuto modo di osservare la mia città, in provincia di Napoli: ogni buon tifoso aveva ben esposto sul suo terrazzo, balcone o finestra, la bandiera tricolore dell’italia.

Semplici tifosi o, come diceva Cannavaro, patrioti uniti per orgoglio di essere italiani?

Niente di questo, sono semplicemente ignoranti che sentono il bisogno di sfogare le loro passioni verso una pezza tricolore, e nel mio caso, napolEtani.

Perché equiparare i napolEtani ad ignoranti?

Qualche politico asserisce che lo scarso senso di patria deriva dallo storico malgoverno dei territori, storico come quello del periodo francese o borbonico, ma la cosa non è così generica.

La popolazione napolEtana, quella che rinnegò persino San Gennaro in favore di Sant Antonio da Padova, non ha mai avuto una identità, ed è il malgoverno ben contribuisce a questa disunità.

Fortunatamente non si può generalizzare sul sentimento di disagio identitario del popolo napoletano, né ora né in passato, ma sicuramente attribuire un atteggiamento apatico alla maggioranza del popolo.

Ma da dove deriva questo disagio?

I POLITICI.

Forse dai politici nostrani, che da buoni parassiti pagati da un governo tosco-padano si definiscono PER CONVENZIONE patrioti ed italiani ed infondono, per buona pace dei favoritismi politici, tale atteggiamento (che loro chiamano sentimento) anche al popolo VOTANTE. Ma i politici sono per legge eletti a rappresentare il popolo, quindi riflettono il pensiero di questo?

Così oggi su repubblica, si legge l’intervista ad un politico PIEMONTESE (di famiglia SICILIANA) di vecchia generazione politica, Giuliano AMATO.

Il giornale “la repubblica” si meriterebbe il premio Pulitzer, per aver chiesto ad un politico se esiste il senso di patria.

In primo luogo perché proprio i politici di vecchia generazione hanno da poco festeggiato i 64 anni di perdita di contatto con il popolo, quindi i loro discorsi e le loro indagini, sono basati su teoremi da salotto; poi avete mai chiesto all’acquafrescaio com’è l’acqua? E’ fresca!!!

Nei prossimi post parlerò delle concause matrici del disagio identitario, come la camorra, il lavoro, disagi che impediscono al popolo napolItano di pensare con la propria mente, prendendo, per comodità, i pensieri patriottici dagli standard costituzional-propagandistici (ecco il motivo per cui Bossi vuole candidare un sindaco leghista a Napoli)

Nello Esposito