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giovedì 15 luglio 2010

La famiglia, la classe, il partito

di Nicola ZITARA

Secondo la visiona sociale di Marx, allo sfruttamento capitalistico non è sottoposto il singolo lavoratore (maschio, femmina, fanciullo) ma la famiglia operaia nel suo assieme, il proletariato. Già da tempi preistorici, la famiglia contadina era la centrale della produzione e della riproduzione sociale. Alla famiglia si opponeva la proprietà - di regola il guerriero, il quale con la violenza delle armi si appropriava di una parte del prodotto, lasciando ai contadini il minimo vitale. Con la rivoluzione industriale i rapporti non sono cambiati se non dal lato delle armi. Il capitalista non possiede le armi ma la macchina, senza la quale l'operaio non potrebbe produrre per il mercato. Anche questo possesso ha il carattere della violenza.

Oggi viviamo in un mondo di afamilismo generalizzato. La macchina chiude la vita della famiglia. La famiglia si è indebolita come nucleo produttivo e lascia sempre più spazio al sopruso. La stessa riproduzione naturale è minacciata. Privi di prospettive, i giovani non si sposano o arrivano tardi al matrimonio. Questa regressione porta a spostare l'attenzione dalla politica sindacale alla politica familiare, come per altro già avviene in Francia e Germania. E' il cambiamento dell'ottica sociale. Invece che dire: "Termini Imerese non chiude", diciamo: "Quale destino prepariamo per le famiglie operaie di Termini Imerese?" Nasce da qui un bisogno di localistico, di comunale, di progettualità paesana che era di altri tempi.

Molti or sono furono ripubblicati gli Atti di alcune giunte provinciali della Calabria, il cui ricordo ancora mi colpisce per l'attenzione alle situazioni familiari. Si era ancora nel mondo contadino. Bisognava decidere sul posto, maggioranza delle famiglie da una parte e minoranza dall'altra, senza tentare d'accartocciare lo scontro spedendolo a un'istanza superiore. Bisognava aprire una discarica? non era possibile fare altrimenti per le famiglie? Si apriva la discarica con l'accortezza necessaria e sufficiente. Bisognava ripulire un luogo da un vecchio impianto? Lo si faceva nell'interesse delle famiglie. Bisognava dare lavoro alla gente? Si studiava come e dove, e si reperivano i capitali familiari in cerca d'investimento. Oggi i capitali viaggiano senza indirizzo per un qualunque posto del mondo e risultano assenti proprio dove sono prodotti.

L'impersonalità dell'impresa ha condotto a ritenere che il luogo d'incontro della famiglia sia il vicolo, la vineja. Invece, come avveniva nel mondo del mutualismo contadino, le famiglie si incontrano sul terreno della produzione. Dietro i centomila ferrovieri ci sono centomila coniugi e centomila figli. La famiglia è il sostegno che si ha sul luogo di lavoro, nel valutare e contemperare convenienze, nel creare luoghi di associazione.

La famiglia antica si raggruppava sul podere. L'uomo lavorava all'aratro, la donna nell'orto, i ragazzi a far pascere il bestiame minuto. Oggi l'uomo lavora in fabbrica, la donna insegna, i ragazzi vanno a scuola. Ci si incontra non più per il lavoro, ma per il consumo. Lo scontro tra capitale e lavoro prescinde dalla famiglia. Persino le imposte colpiscono il reddito della persona fisica e non il reddito familiare. Eppure il mondo continua a individuarsi per famiglie. Il padre provvede al figlio, la donna all'uomo, i giovani ai vecchi (o ridicolmente, viceversa, i vecchi ai giovani).

La grande depressione che sta attanagliando il mondo mette le popolazioni una contro l'altra. I cinesi non fanno alcun piacere agli italiani producendo abiti e computer a prezzi stracciati. La competizione internazionale sfonda le porte ed entra in casa senza alcun rispetto per la famiglia. L'aggressione viene purtroppo resa più violenta dal partito operaio, che tende a farsi esso stesso Stato operaio, falsificando le imprese come se fossero legioni destinate a far guerra a un nemico visibile o anche invisibile. Questa novità ha fatto scivolare il partito di classe e il sindacato alla condizione di nemico della classe e della famiglia che sta dietro le braccia del singolo lavoratore. Non è per niente detto che produrre altre automobili sia un vantaggio per chi non ha un lavoro, se poi il prezzo del lavoro si abbassa fino all'accattonaggio. In condizioni date di sovrapproduzione, se il lavoro riceve una bassa remunerazione, la sovrapproduzione aumenta e non il contrario. E qui, in questa contraddizione, finisce il partito che si è fatto Stato.

La fine del partito-Stato operaio, il ritorno alla famiglia, al localismo, all'esame freddo e analitico delle esigenze della comunità locale scaturiscono dalla contraddizione insita nello sviluppo della politica in grande, il cui risultato è lo Stato come Stato del capitale e dei capitalisti. La democrazia non ha che scarsi mezzi di difesa contro le concentrazioni capitalistiche. In effetti la verità è una danza che viene ballata sui giornali del grande capitale. E' ben difficile che venga fuori nuda. In opposizione al clamore giornalistico sta la morale sociale, che è una sedimentazione tradizionale tra il giusto e l'ingiusto, un rema che afflisse i grandi tragici dell'antica Grecia. Il giusto dovrebbe tradursi in diritto, in legge. "La legge agraria di Tiberio Gracco", che riordinò, con il podere contadino, il panorama sociale e agrario dell'antica Italia. La famiglia in opposizione alla proprietà senatoria! il diritto dei deboli che lavorano per tutti! Oggi la gens romana è soltanto un ricordo libresco? A me pare che l'accumulazione capitalistica le somigli parecchio. Emerge qui un inganno del sistema capitalistico. La famiglia si contrapporrebbe all'impresa perché fornisce il lavoro, mentre l'impresa, cioè il capitale, fornirebbe i mezzi per la produzione. Però le cose stanno in modo diverso. La grande massa del risparmio privato non è proprietà dei gruppi capitalistici, ma delle famiglie. Il capitale concentra questa massa nella Banca e la investe allorché si rende conto che può trarre profitto. In sostanza la Banca è un "senatore" che impiega i legionari per mettere in piedi una forza capace di sovrastare la massa dei suoi legionari, i quali insensibili ai propri interessi familiari prendono a combattere i propri simili e sé stessi.

Posso parlare solo di impressioni. Da quel che si vede in Europa e da quel poco che si capisce dalla Cina, la mia impressione è che il partito-classe abbia esaurito il suo ruolo storico di difensore del proletariato. In opposizione e simmetricamente viene in rilievo la famiglia, persino nella sua precisa articolazione di famiglia italica che si batte per la proprietà del podere. Un podere ovviamente inteso non come cosa ma come simbolo di un potere, di una libertà.

Il ritorno ai diritti della famiglia riapre anche gli occhi sulla condizione della comunità locale, oggi fin troppo mortificata da poteri sovracomunali e mette in primo piano quella novità del diritto che è la class action, che permette ai deboli di agire in giudizio contro i potenti.

martedì 29 giugno 2010

Alzare le vele della separazione

di Nicola Zitara

I Sud sta vivendo una situazione non sostenibile più a lungo. In effetti la demarcazione tra le due parti del paese italiano si fa sempre più pronunziata. Il reddito meridionale (quello effettivo, più di quello statistico) si è afflosciato al punto da far dire che il costo della vita al Sud è inferiore del 15% rispetto al Nord. Andando al reddito pro capite un lavoratore (eccezionalmente) occupato non riesce a realizzare più di ottocento euro al mese, il salario di una colf locale è appena sopra la metà del guadagno di un extracomunitario. Nonostante questa situazione permangono tariffe e prezzi pubblici settentrionali. Deve il mercato non opera le tariffe e i prezzi pubblici non si adeguano alla situazione meridionale. Un certificato del medico di base costa venticinque euro come a Milano, cioè un trentesimo di un salario mensile, mentre a Milano sarà pari a un sessantesimo. Guai poi ad imbattersi nella contravvenzione per un divieto di sosta o per un sorpasso irregolare. Se ne va la metà del reddito mensile. Le forniture di acqua, di elettricità, di gas subiscono tariffe più gravose di quelle comunemente correnti al Nord. La tassa sulla spazzatura toglie il fiato.

A fronte di questa situazione il vecchio personale politico sta in bilico se accettare o rifiutare la separazione in due Stati. Meglio sarebbe che si prodigasse a studiare le situazioni concrete per modificare l’unitarismo tariffario, portando la modificazione a livello di comuni, province, regioni e Stato. Il altri tempi la Lombardia ottenne un trattamento tributario diverso da quello nazionale asserendo i maggiori costi di un diverso assetto agricolo. La stessa cosa bisogna fare oggi visto che leggi di quel tempo non sono state cambiate, ma rafforzate.

Il discorso che si fa ai politici di caratura nazionale va fatto alla crescente quantità di persone che oggi vorrebbero impegnarsi per la separazione. Queste persone è bene che abbiano chiaro che la separazione sarà probabilmente la riunione di un consiglio di amministrazione nazionale avente per oggetto le obbligazioni e i dividendi e non certo lo scontro di due eserciti in armi. Su questo fatto bisogna cominciare a riflettere seriamente e rivedere per esempio “a chi va il gettito dell’IVA", se all’area di produzione ((Settentrione) o all’area di consumo (Meridione) perché questa particolare imposta è tale e quale un dazio di consumo. E si sa che il dazio di consumo è spettato sempre ai comuni e alle realtà locali in cui esso si verifica.

Quanto sopra è un’esemplificazione della preparazione mentale alla separazione in due Stati che autoregolano il loro rapporto corrente. Giuristi, economisti, statistici, amministrativisti debbono prepararsi a questa ginnastica mentale delle previsioni e dei conteggi, altrimenti la separazione si rivelerà per il Sud più un danno che un vantaggio.

venerdì 28 maggio 2010

Le basi di massa

Di Nicola Zitara

Chi guardi anche al panorama politico del Sud anche nelle minuzie, può agevolmente notare che esistono e vanno sorgendo delle formazioni partitiche all'insegna di un forte autonomismo meridionale - come l'Mpa di Lombardo - o del tutto propugnanti il separatismo tra Sud e Paese restante. Ovviamente si tratta di una reazione 'nervosa' alla tracotanza della Lega stronzobossista e alla simmetrica propensione dei governi nazionali a piegare le ginocchia di fronte a richieste persino illecite, come quella riguardante le multe sull'eccesso di produzione lattaria.

Che la Stronzolega voglia veramente la secessione è cosa poco credibile, in quanto il sistema economico padano si alienerebbe il suo più devoto cliente, che è il Sud deserto d'industrie e anche d'agricoltura. Il Nord vuole togliere a Roma il comando sulla spesa pubblica, e il progetto sta andando avanti a vele gonfie. Il futuro resta, però, tutto da vedere. Non saranno sicuramente le formazioni politiche meridionali a incidere sugli eventi in quanto, nella sostanza, si tratta di voci fioche, di circoli - più che personali - di tipo epistolare attraverso Internet.

Il problema dell'unità d'Italia è vecchio quanto la stessa unità, in quanto il capitalismo della Liguria-Toscana-Lombardia-Piemonte usò l'unità per costruire al Sud una colonia di consumo e sovrappopolazione. Ciò nonostante il Sud costituisse, con le sue produzioni ed esportazioni agricole, la prima e più efficiente fonte della ricchezza nazionale. E' da allora che la colonia è in attesa di un moto di liberazione. Cosa che non fu il Meridionalismo nelle sue varie vesti di liberale, cattolico, socialista, dovendosi considerare questo moto piuttosto un'invocazione all'equilibrio fra la parte egemone del Paese e la parte soggiacente.

L'illusione meridionalistica sopravvive ancora in pochi. Credo anche che questi pochi la usino con poca convinzione, e solo come un ritrito argomento di dibattito con i loro avversari più convinti. Al contempo la separazione è un problema di tempo: degli anni che occorreranno per convincere le popolazioni meridionali a fondare - o meglio rifondare - uno Stato indipendente. In questo senso, i partiti sono necessari. Sarebbe assurdo dire no al proliferare di formazioni neoborboniche o indipententiste. Il problema riguarda la struttura dilatata, internettista che propendono ad assumere. Senza negare questa, bisogna pensare all'aggregazione diretta, personale, su base paesana, di quartiere, di vicolo, come fece, dopo la Liberazione, il Partito Comunista con le cellule locali.

Bisogna radicarsi sul territorio come fanno la Chiesa e gli uffici postali.

lunedì 22 marzo 2010

LE ANGOSCE DELLA CASTA MAFIOSA

Di Nicola ZITARA

Negli anni di guerra, scuola se ne face poca. Il tempo libero induceva noi ragazzi a una frequentazione dei libri e delle letture che oggi è solo di qualche filosofo. Durante l’inverno la comitiva di amici e compagni di classe si raggruppava in casa di donna Francia, intorno al braciere che lei preparava proprio per noi. Mimmo leggeva e recitava. Gli spettri di Henrik Ibsen era il suo pezzo forte. L'eroe muore a causa di una malattia ereditata dal padre. Muore invocando il sole. Le colpe dei padri ricadono sui figli. Anche i figli dei mafiosi, di cui parla Vincenzo Carrozza nel libro “Figli di boss”, Pontari editore, sono esseri in trappola, la loro vita è segnata dai precedenti familiari, l'agguato è al centro della loro giornata, la morte il pensiero dominante, l'incubo d'ogni notte.
Gli schemi, i paradigmi, le analisi sociologiche non mi servono. Sono nato e sono venuto su in un luogo in cui i mafiosi erano una componente del paese; persone date, sia come singoli o sia come genere. Come le suore, la maestra, l’accalappiacani, le guardie, i ferrovieri, gli operai, i pescatori, Zagarè e la sua carrozza. Ma i mafiosi avevano un loro regolamento interno, diverso dai regolamenti vigenti fra i civili o fra i compagni di scuola. Nel regolamento mafioso - si sapeva - era prescritto che i conflitti sfociassero in coltellate e si concludessero con uno sbudellamento. Era norma che la cosa avvenisse fuori dalla portata dei comuni mortali. Imperscrutabili erano anche i motivi. Le spiegazioni che venivano date dalle persone ben informate non erano altro che ipotesi. L'evento non era un mistero, ma causa e causanti sì. Peraltro la mafia era una piccola cosa nella vita della parte urbana del paese. La vita cominciava al sorgere del sole, con i pescatori che tiravano a riva la rete stesa alle ultime ore della sera prima, proseguiva con i carri che venivano da lontano per portare il nozzolo agli stabilimenti dell’olio al solfuro, con i carri che trasportavano le arance, i limoni, i mandarini al magazzino, dove i fimmini venute dai paesi dello Stretto li lavoravano, e che al primo pomeriggio sarebbero ricaricati sui carri e portati alla "piccola" della stazione ferroviaria per essere spediti a Bologna, a Torino, a Monaco di Baviera, a Colonia, o anche a Messina per l’imbarco su vapori inglesi.
Nel centro urbano la vita erano la scuola, le botteghe artigiane, i negozianti, il municipio, il sabato fascista, il 24 Maggio, la granita da don Gigi, il cono da Bertoldo, il gioco a battimuro nel vicolo, la partita a palla, la scazzottata con quelli della Stazione, la fuga al cospetto di don Natale, la guardia, che appena fiutava la presenza di un pallone, minacciava sanzioni. In Calabria la mafia era cosa della campagna, e le occasioni d’andare in campagna non superavano numericamente il giorno di Pasquetta e quello di una passeggiata scolastica. Soltanto durante la guerra la campagna, divenuta necessario rifugio, ebbe la sua giusta rivalutazione. La campagna aveva i contadini, i padroni e un suo corpo di polizia, la mafia. Personalmente il primo mafioso, o a tale predestinato, lo conobbi prima dello sfollamento. Era un giovane diciottenne che vendeva al mercato nero carne di vitello. Aveva dei clienti fissi, che pagavano in pronti contanti e gli facevano la commissione per la successiva macellazione. Morì stupidamente, intossicandosi con foglie di tabacco per sottrarsi alla chiamata alle armi.
I ragazzi di campagna, miei coetanei, avevano una grande stima dei mafiosi. Raccontavano le prodezze di questo e di quello. Per loro i mafiosi erano delle autorità nella quotidianità della vita e degli idoli, nella fantasia dei cavalieri da poema medievale. In effetti erano contadini come tutti gli altri, solo che nessuno dei più in vista andava a zappare a giornata. Erano invece quasi sempre lavoratori specializzati, specialmente potatori. I più autorevoli facevano i guardiani nell’erogazione dell’acqua d’irrigazione consortile o nei giardini in cui le arance erano già mature e pronte per essere raccolte. L’idea che mi è rimasta in testa è che fossero contadini meno poveri e meno ignoranti della massa. Ricevevano, credo, un trattamento salariale migliore e ottenevano parecchio rispetto dagli stessi padroni dei fondi. Gran parte di essi aveva imparato nozioni tecniche dagli agronomi delle cattedre ambulanti, che in quegli anni venivano spediti dall’Università di Portici e dalla Stazione sperimentale in agrumicoltura di Catania in giro per i fondi a insegnare metodi moderni di coltivazione. I rapporti contrattuali e le relazioni sociali scorrevano senza intoppi tra figure lavorative e ceti sociali ben definiti dalla prassi economica. Ma quest’armonia è forse la superficiale impressione di un ragazzo la cui giornata era impegnata a scuola e dai compiti; il poco tempo libero era preso dai passatempi e dai giochi urbani, non certo dalle osservazioni di carattere sociologico.
Il tranquillo scorrimento della vicenda sociale venne sconvolto a partire dallo sbarco degli angloamericani in Sicilia. Venuta meno la difesa militare da parte dello Stato, la gente dovette pensare a difendersi, cosa che si fece sia cercando di allontanarsi il più possibile dalle strade di grande comunicazione sia rispolverando vecchie pistole e fucili da caccia. Fu a questo punto che apparve la mafia come corpo brigantesco, adeguatamente armato, ben organizzato e diretto. Cominciarono allora le minacce e i ricatti nei confronti dei possidenti, che avevano perduto la difesa dello Stato. L’occupazione angloamericana rafforzò la posizione della cosca locale, che salì al ruolo di incaricata dell’ordine pubblico cittadino. Il racket poté essere effettuato senza ricorrere a minacce e come una tassa da pagare a un potere legittimo e a una forza dell’ordine. Il mercato nero abbatté il muro che separava la città dalla campagna. I contadini cominciarono a prendere il treno per Napoli trascinandosi dietro pesanti valigie e pacchi contenenti bidoni d’olio e altre derrate. Il ricarico commerciale si alzò al di là del cento per cento. I campagnoli videro per la prima volta quel denaro, la cui mancanza era la causa della loro separatezza e inferiorità sociale. Dice un vecchio adagio che il danaro fa venire la vista ai ciechi. Il danaro è importante per tutti. In un mondo in cui è lo scambio contrattuale che ci consente di mangiare e più in generale di vivere in società, il possesso di danaro contribuisce fortemente a definire l'identità pubblica dei singoli e anche l'idea che il singolo ha di sé. Per le persone che ottengono anche altro tipo di riconoscimento sociale - per esempio la cultura, la facondia, la bellezza fisica, la qualità sportiva etc. - il possesso di danaro è solo una delle componenti della personalità, mentre la personalità di chi non offre agli occhi del pubblico qualità diverse dall'avere, il possesso o il non possesso di ricchezza che frutta danaro resta l'unica identità sociale.
Nel ricordo della mia giovinezza, per i contadini il danaro era il solo mezzo per conseguire un apprezzamento sociale. Giovanni Verga ha chiarito questo punto più di un secolo fa. La cultura, l'arte, lo sport sono elementi della personalità non soltanto faticosi da conseguire, ma un tempo erano completamente fuori dall'orizzonte di un contadino dell'estremo Sud. Il mercato nero permise ai contadini di presentarsi nel mondo urbano con i soldi in tasca. Gli intrallazzisti presero a esibire il pacchetto di banconote guadagnate come un trofeo, a sentirsi superiori e a sfidare l'antico nemico, il cittadino.
Campagna e commercio! Una parte del mondo contadino meridionale entrò nel mondo urbano sul limitare del mezzo secolo XX, nella prima fase de 'la grande trasformazione' attraverso tale passaggio, e non attraverso l'industria o optando per l'emigrazione in città, come avvenne per gli alpigiani e come avvenne anche qui da parte dei meno arditi o dei più morali. L'industria era poca e perdente, non poteva essere un'opzione. Fu saltata, la mafia entrò negli affari aprendo spacci e botteghe, comprando e vendendo mercanzie, e, quel che fu ed è più lucroso vendendo voti al sistema nazionale.
A questo riguardo vale la pena ricordare che una partecipazione del mondo contadino al voto, autentica per qualità politica, si ebbe soltanto nella fase iniziale della democrazia, allorché l'elettorato meridionale poté intervenire nello scontro tra il Partito Comunista e la Chiesa Cattolica. Non così in appresso. Nella fase della Ricostruzione e negli anni successivi, allorché il paese prese a ridisegnarsi intorno agli interessi emergenti nelle regioni avanzate del Centronord, nel Sud il fatto politico non si ritrovò più in presa diretta con l'elettore meridionale, si ridusse alla mera ricerca di voti che pesassero nelle percentuali nazionali. Il Sud come bilanciere di destra per la sinistra. Questa marginalità sistemica venne attenuata dal clientelismo elettorale. I meccanismi della pubblica rappresentanza assegnano agli eletti e alla burocrazia il potere d'intervenire nella società economica attraverso la spesa pubblica. Il voto universale maschile e femminile ha dato un incremento al voto di scambio che prima non esisteva. Privo di rappresentazione politica, partitica e parlamentare, il mondo contadino lo accettò come un'occasione di lucro e d'ascesa sociale. In questa fase le frizioni fra le varie cosche e le varie famiglie raramente esplosero. Non fu infatti difficile per il personale politico ottenere dei vantaggi a basso prezzo. Alla fase della concorrenza tra famiglie mafiose, di condizione benestante, abitanti in città e in qualche modo scolarizzate, ma sempre di cultura retrodatabile al mondo contadino - cioè di una cultura il cui codice civile e il cui codice penale sono ancora quelli ereditati dal mondo contadino - si è pervenuti con l'emergere del mafioso imprenditore di opere pubbliche.
Si è ancora nell'ambito economico della piccola produzione mercantile, e non in ambito capitalistico. In questa fase dell'infelice storia della Calabria anche la mafia inurbatasi è ancora improntata alla mentalità contadina, invidiosa e imitatrice della borghesia. I componenti arricchiti si atteggiano a borghesi e ne cercano l'amicizia, i figli a scuola frequentano e imitano i loro coetanei urbani. L'esperienza suggerisce che una parte importante dei medici, degli avvocati, degli ingegneri meridionali oggi attivi viene da quell'imitazione. Il modus vivendi si prolungò fino alla successiva fase di prosperità mafiosa ruotante intorno al commercio delle 'bionde'. E fu in tale fase che venne in evidenza anche all'esterno di esso un'articolazione esistente all'interno della mafia tra boss e manovalanza. Ma l'imitazione borghese fu l'etica prevalente soltanto nei luoghi in cui il commercio era sviluppato. Nei borghi antichi della collina e della montagna, invece, l'accostamento dei mafiosi alla borghesia fu ancora di carattere subalterno. L'attività edilizia vi aveva minore significato e il commercio delle bionde era consentaneo piuttosto a chi navigava su barche e paranze, per essere rifornito in alto mare dalle navi che trasportavano i prodotti dell'industria americana del tabacco, che in luoghi in cui la montagna non fa da confine statale. Il più frequente avvicinamento del mafioso di campagna al clientelismo politico era sollecitato dalla ricerca di un posto di inserviente nella sanità, di bidello nelle scuole, di operaio del comune. I figli di questo comparto della mafia vanno a scuola e prendono la laurea, senza però rinnegare la morale contadina. Tuttavia, nel corso degli anni Sessanta la mafia calabrese sembrò fagocitata dalla morale borghese, ma la mafiosità campagnola era ancora viva, anche se defilata. La sua forte sopravvivenza si rappresentò con l'esplosione dei sequestri di persona e con il traffico delle droghe. A questo punto il danaro diventa capitale. "La mafia imprenditrice". "Il capitalismo a mano armata". Le mafia esaurisce la sua appartenenza alla classe contadina imitatrice della borghesia e diventa una casta esclusiva, privilegiata, una nemica dell'essere borghese. Il mafioso è ricco e si sente superiore. I suoi rampolli vanno ancora a scuola e vanno a ballare come tutti perché intanto il mondo è cambiato, ma non vogliono perdere i vantaggi che discendono dall'appartenenza alla casta mafiosa, anche se sono perfettamente consapevoli di rischiare d'essere ammazzati o di finire i loro giorni nella cella di un penitenziario. Ciò vale per i boss e solo in qualche modo anche per i sottoposti, fino alla manovalanza.
La casta mafiosa non è di tipo ereditario, o non lo è oltre la seconda generazione. Fra i mafiosi vigono le regole degli eserciti moderni e sono i meriti a determinare i gradi. I mafiosi di oggi possono persino avere il lessico ereditato dai nonni, ma non sono più contadini. Sono espressione del mondo della produzione capitalistica che non ha confini. Sono presenti in tutti i continenti, spesso con organizzazioni persino più pericolose di quelle italiane

giovedì 18 febbraio 2010

L'avant/'indré del modello sociale occidentale (Nicola Zitara)

E' facile dire che il modello di società costruito in Occidente a partire da tempi antichissimi, sicuramente a partire dalle città greche, si è rivelato vincente a livello planetario. Molto più difficile è definire le sue caratteristiche essenziali. Potremmo citare la libertà individuale, l'individualismo che in Occidente sta a base del modo di essere e di pensare, la visione sociale del Cristianesimo. Forse si possono aggiungere la proprietà privata e il contratto, il quale disciplina la relazione di scambio di merce contro merce, e del lavoro con un salario, fra due proprietari, quello delle braccia e quello del capitale.

Con la nascita del capitalismo industriale, all'Occidente è toccato d'affrontare la questione sociale, di trovare cioè il modo che le classi diseredate uscissero dal pauperismo e dalla malattia. Questo problema epocale è stato risolto nel corso di due secoli e in modo che si potrebbe dire inavvertito, con la concentrazione in alcuni paesi occidentali di tutta la produzione industriale domandata dal Mondo. I beni prodotti dall'industria valorizzano la sedimentazione tecnologica. Le invenzioni, i ritrovati tecnici, il sapere scientifico vengono incorporati nel prodotto. cosicché il lavoro industriale vale parecchio di più del lavoro agricolo. L'impiego della macchina ha moltiplicato la potenza produttiva del lavoratore nell'industria, con il risultato di marginalizzare l'artigiano. Sul piano mondiale i paesi industriali (l'Officina del mondo) hanno venduto con gran profitto le loro merci e ciò ha consentito che la questione sociale fosse affrontata positivamente con salari crescenti e servizi sociali adeguati.

Il Welfare State, lo Stato sociale, ha toccato l'apogeo tra 1950 e 1980. Il benessere si diffuse in tutti i paesi europei, nel Nordamerica, in Australia, in Giappone. Gli occidentali poterono concepire l'idea di un assetto persino migliore. Le giovani generazioni e il sesso femminile affermarono il diritto alla parità e imposero una loro emancipazione, con il riconoscimento di libertà in precedenza conculcate. Come contropartita il tasso del profitto capitalistico declinò, lo spazio del mercato (il pagamento del fornitore) si ridusse a favore dei servizi sociali. Il capitalista si ritrovò a vedere ridotti il suo potere economico e la sua storica libertà d'iniziativa, gli Stati registrarono una forte crescita della spesa pubblica, il debito pubblico crebbe paurosamente. Si stava andando verso un assetto sociale che avrebbe fortemente indebolito l'egemonia della classe proprietaria di fabbriche e di danaro.

La giustizia sociale, invocata da un secolo, fece parecchia strada, ma la medaglia aveva (come ha tuttora) il suo rovescio nel fatto che i dipendenti dello Stato, delle aziende fornitrici di servizi pubblici, delle industrie di Stato, andavano acquistando una posizione di lavoratori privilegiati rispetto ai dipendenti dal privato. Meno fatica, una migliore busta paga, maggiore stabilità, la sicurezza della pensione eccetera. Questa disparità di trattamento divideva l'opinione pubblica, specialmente le classi del lavoro subordinato. Fra dipendenti pubblici, sostenuti dalle socialdemocrazie e dai partiti cattolici, e dipendenti privati, osannati dalla destra, la ruggine crebbe e ciò dette alla Signora Thatcher il destro (e il sostegno elettorale) per smantellare in Gran Bretagna il Welfare State. Gli altri paesi industriali d'Europa assimilarono il precetto. Contemporaneamente, negli Stati Uniti il presidente Reagan inaugurava una politica di larghezza monetaria, volta a favorire il finanziamento dei capitalisti con nuova carta stampata dalla banca centrale. Il dollaro facile indusse i finanzieri occidentali a investire danaro nel Sudest asiatico (le Tigri asiatiche), dove la manodopera era a molto buon mercato; cosa che produsse il risultato finale di favorire la nascita di un forte concorrente industriale alla vecchia 'Officina del mondo'. In un sistema mondiale di libertà degli scambi avviene che, a parità di investimento capitalistico in macchine e impianti, il differenziale nei costi di produzione tra Occidente e Paesi emergenti si restringe al solo costo della manodopera. Ad esempio, mezza dozzina di calze da tennis prodotta in Europa costa 5 euro, una mezza dozzina delle stesse calze prodotta in Asia costa 80 centesimi. Il divario è pauroso, la vecchia Europa, gli USA, il Giappone tremano, ma non sanno come provvedere, se non enfatizzando la dottrina della Signora Thatcher e volgendola a colpire il livello di tutti i salari, e non soltanto i salari privilegiati.

Gli economisti definiscono il nuovo modello sociale con il termine postfordismo (in opposizione alla concezione di Henri Ford che vedeva nel maggior reddito dei suoi operai nuovo consumo di automobili e clienti proletari). In Italia, la dottrina dell'immiserimento dei diseredati è in atto sin dal 1994 e dall'accordo tra il ministro del Tesoro Ciampi e i sindacati nazionali. Non occorre avere il cervello di Ford per capire che a un minor reddito del lavoratore corrisponde un minor consumo delle famiglie. Conseguenza: una messa in crisi delle aziende capitalistiche. Insomma è scattata la trappola: "Se ti fermi ti accoltello, se scappi ti sparo". O meglio il capitalismo occidentale immagina (e punta su) un'uscita dalla situazione di debolezza nella competizione con quello asiatico sopravanzandolo con tecnologie più avanzate, capaci di offrire merci innovative e/o a costi competitivi. Un vicolo cieco per il mondo occidentale del lavoro che già soffre da decenni di una disoccupazione sistemica, di fronte a cui le provvidenze pubbliche risultano insufficienti - gocce d'acqua nel sitibondo deserto.

E' la stessa natura del progresso tecnologico che alimenta la disoccupazione, in quanto la macchina sostituisce sempre più la fatica umana e al padrone il suo impiego costa meno dell'operaio salariato. Ma l'Occidente finge di non vedere il problema, la sfida del capitalismo asiatico lo acceca cosicché preferisce credere al miracolo, a fondare tutte le sue speranze nel potere taumaturgico del primato europeo.

Il governo Berlusconi si presenta come il vessillifero della cecità occidentale, il sistema industriale italiano è a pezzi, il Suditalia è completamente fuori gioco. Il naufragio comporta necessariamente la retrocessione dello Stato al "si salvi chi può", ma le poche scialuppe di salvataggio messe in mare se le va accaparrando lo stronzobossismo.

Nicola Zitara Siderno, 12 Febbraio 2010

FONTE: http://www.eleaml.org/nicola/economia/nz_avant_2010.html

giovedì 3 settembre 2009

mpa si, mpa no - Nello Esposito

Negli ultimi giorni si intensificano i messaggi pro o contro MPA, pro o contro ZITARA, pro o contro tutti quelli che si affiancano al partito di LOMBARDO.
Voglio premettere che allo stato delle cose, io non posso credere in un partito come l’MPA che, almeno nella mia città ha raccolto tutti i diseredati della maggioranza e gli invidiosi e vogliosi di una carica che l’opposizione non gli ha garantito, e comunque sono sempre gli stessi nomi che questa volta si sono riciclati in un partito, l’MPA, pur non condividendone il progetto, le ideologie o peggio ancora, non conoscendo la magnifica storia di CASTELLAMMARE DI STABIA nell’epoca preunitaria, persone che credono nel tricolore, insomma gente che di indipendentismo non ne sa un cavolo.
Credo che Raffaele Lombardo oggi ha il compito, dopo che fra i partiti TERRITORIALI è quello più conosciuto nel meridione, di modificare la formazione della propria squadra scegliendo gli elementi non in base al portafoglio consensi, ma sulla base di un progetto territoriale ed indipendentista, diversamente può anche rinominare il suo partito in DEMOCRAZIA CRISTIANA.
Ma non posso condividere quanti hanno criticato il prof. Zitara che dopo anni di incazzature sul tema meridionalismo ha elogiato e condiviso l’uomo ed il progetto di Lombardo, neanche posso condividere quanti credono di parlare dal pulpito della purezza di ideali quando criticano chi si schiera con questo o quel movimento che non sia quello da lui scelto.
Addirittura adesso nascono indagini sui finanziamenti che l’MPA ha ricevuto dai partiti del nord!
Quanti di noi non ricevono soldi dal industrie enti o forze armate che sono il simbolo della colonizzazione italiana?
Se io fossi un sindaco, un assessore, un pensionato, un dipendente delle forze dell’ordine, potrei essere criticato se spendessi i miei risparmi per la mia gente e la mia terra? No. Eppure anche quelli sono finanziamenti presi dal nord.
L’alternativa sarebbe chiedere finanziamenti alle industrie del sud… e addò stann!!!
Vi svelo un segreto, oggi i soldi stanno solo al nord, e senza denar nun se cantano messe.
Nessuno vieta a nessuno di poter avere idee diverse su come perseguire un causa, ma se parliamo della stessa causa, NESSUNO deve criticare NESSUNO, è un inutile lotta che distrugge quello che non siamo mai riusciti a creare, un fronte non compatto, e neanche omogeneo, ma che almeno vada nella stessa direzione.
Tanti hanno sperato nello scioglimento dei CDS (per motivi di divisioni interne o per qualche grave lutto), molti ancora attaccano questo movimento, ed in tutta onestà non vedo altro fine se non quello del dividere per comandare, o almeno contare qualcosa.
Esprimo solidarietà nei confronti di Zitara, e disprezzo per chi attacca lui e quanti come lui esprimono le loro scelte politiche continuando a lottare per la propria nazione!Nello Esposito

martedì 30 giugno 2009

Perché il Re?

Ricevo e pubblico da Zitara

A quel che si sente dire, nella prossima settimana, si coagulerà un partito del Sud, espressione del personale politico siciliano e meridionale messo alle strette dalle restrizioni che il governo bossista va operando sulla spesa pubblica meridionale allo scopo di gonfiare quella settentrionale.
Se è questo il motivo della nascita di un partito del Sud, tanto valeva fondarlo negli anni Settanta, allorché ci si poté rendere conto che i governi italiani nella scelta tra industrializzare il Sud o portare avanti il grande capitalismo industriale e le centrali bancarie settentrionali, preferirono la seconda opzione.
Alimentato lo scempio del terremoto dell’Irpinia per motivi esclusivamente democristiani o socialisti, il festino si è chiuso, né ha prospettive di future edizioni.
Dal 1860 al 1971 il Sud ha pagato in denari contanti per lo sviluppo e l’occupazione del settentrione, allo scopo di innalzare il grado di partecipazione all’assetto statualistico delle nazioni europee. Non sono stati soldi spesi male, siamo felici di dirlo, ma vorremmo anche essere ringraziati, cosa che non avviene. Il Sud non ha bisogno del Nord e può crescere sulle proprie gambe (come avveniva prima dell’unità), sempre che sia messo in condizione di governare i propri surplus economici annuali, invece che conferirli alle centrali bancarie di Torino, Milano e Firenze.
Il partito che sta per nascere, e ci auguriamo che nasca, perché comunque innescherà uno scontro di opinioni. Il problema essenziale del Sud è costituito dal 25% della sua popolazione in età di lavoro – che non trova lavoro moderno- cioè circa 3 milioni di disoccupati veri ed occulti. Il compito della futura classe dirigente meridionale consiste nel colmare questa enorme frana, ma l’eredità che l’attuale classe dirigente porta dentro di sé, è delle peggiori, per dirla senza infingimenti di sorta, sono la corruzione e il menefreghismo di fronte all’interesse collettivo. Il meridione non ha bisogno di giochi di potere, ma di restaurare, dopo centocinquant’anni di corruzione cavurrista, la sacralità della legge e dello Stato, e ciò può discendere solo dal ritorno della monarchia legittima, sulla formazione di una aristocrazia politica, colta e onesta, che riprenda in mano il governo del paese meridionale. Di una rappresentanza popolare selezionata in modo nuovo, che faccia da setaccio all’autorità amministrativa.
Gli interessi divergenti tra Napoli e Palermo, che furono la causa della sconfitta dell’esercito borbonico del 1860, sono superati dall’evoluzione del quadro generale instauratosi nel Mediterraneo che si va ulteriormente assestando. E’ tuttavia un legittimo diritto dei siciliani decidere se stare con le popolazioni italiote del vecchio Regno o se creare uno stato proprio.
Nicola Zitara

venerdì 29 maggio 2009

E' GIA' TEMPO DI COSRUIRE LA FLOTTA

Ricevo e pubblico da

Nicola Zitara


Nei rapporti commerciali, politici e culturali di uno Stato con l'estero non sempre esiste coincidenza d'interessi tra lo Stato e le singole regioni dello stesso. Ciò è particolarmente vero per il Mezzogiorno d'Italia. A riguardo occorre notare che con l'unità politica del 1861 tutte le relazione estere che il Regno delle Due Sicilie (cioè il paese meridionale) intratteneva furono cancellate. La cancellazione mortificò e negò alla radice anche gli interessi sottostanti. Al Mezzogiorno vennero interposti interessi non sempre suoi. La nuova classe al governo orientò le sue decisioni sulla base dalla domanda padana. Il Mezzogiorno si trovò trascinato a condividere la politica commerciale adottata da Cavour nella fase del Regno di Sardegna, la quale privilegiava gli scambi con la Francia (confinante con il Piemonte). In una fase in cui mancava ancora in Italia una industria moderna e la domanda di manufatti era soddisfatta con le importazioni dall'estero, la posizione frontaliera di Piemonte, Liguria e Lombardia portò alla concentrazione in queste regioni dei grandi distributori nazionali di manufatti esteri. Il crollo dei capitalisti meridionali fu altissimo, e altissimo fu l'interfacciale profitto dei capitalisti padani, tanto che s'ingenerò la favola di un Nord industrializzato, mentre in realtà si trattava soltanto di un capitalismo commerciale privilegiato dalla localizzazione sulla frontiera centroeuropea del nuovo Stato.

La sommatoria unitaria tra regioni propriamente continentali (la Padana) e regioni mediterranee, nonché la posizione dominante assunta dalle prime, è una delle cause profonde e meno note del disastro meridionale. Ieri come oggi la vicenda commerciale e le relazioni economiche con l'estero sono fondamentali per la storia di tutti i paesi. Prendiamo il caso di due grandi Repubbliche marinare italiane: Genova e Venezia, nei fatti due imperi economici. Entrambe decaddero in seguito all'inaugurazione di una rotta marittima verso l'Oriente, con la circumnavigazione dell'Africa, e con la scoperta dell'America. Merci rare e costose che, trasportate da carovane di cammelli attraverso le montagne e i deserti orientali, presero ad arrivare in Europa in grande quantità e a prezzi accettabili a un pubblico più numeroso di consumatori. Emersero le grandi potenze navali dell'Oceano Atlantico, l'Olanda, il Portogallo, la Spagna, la Francia, l'Inghilterra. Per i suoi rifornimenti l'Italia, da paese privilegiato, divenne un paese dipendente. Bisognò inaugurare nuove rotte d'alto mare e nuove rotte sotto costa. Sul finire del '600, i mercanti inglesi s'impiantarono a Livorno rifondando la fisionomia economica del luogo. A sua volta i livornesi svilupparono una rete d'intensi traffici intorno alla Penisola. L'attività della mercatura livornese ha grande rilevanza per la penetrazione di manufatti inglesi in Italia, specialmente nel Sud, e per l'adozione di consumi moderni. L'egemonia livornese si protrasse per tutto il Settecento e solo nella prima metà dell'Ottocento Napoli riuscì a mettere in piedi una sua marina competitiva, che praticò le coste del Sud ben oltre l'unità, integrando le produzioni di province fra loro lontane, e che si spense soltanto sulla soglia della Prima Guerra Mondiale.

Le ferrovie polarizzate su Milano, su Torino, sul Brennero hanno stravolto l'economia e la vita del Sud. Da centro del mondo ancora al tempo di Federico II, il Sud è passato a essere un lembo marginale, superfluo dell'Europa. Ma mentre noi piangiamo sulla nostra infelice vicenda collettiva, le rotte del commercio mondiale non sono più quelle di vent'anni fa. Ben prima di noi ne hanno preso coscienza le popolazioni padane, le quali si aggrappano sempre più pervicacemente all'economa del Centro Europa per non perire anch'esse di marginalità storica. Ma l'Europa non può più sopravvivere come un'area economica chiusa o quasi chiusa in se stessa. L'indipendenza dell'Egitto, l'allargamento del Canale di Suez, lo sviluppo economico dell'Asia stanno rimettendo in gioco le rotte del commercio mondiale. Senza questi fatti il successo del porto di Gioia Tauro sarebbe inspiegabile. Ma Gioia non può restare un gioiello solitario.

Il nostro sussiego di uomini bianchi ci indice a immaginare l'Africa settentrionale come un luogo abitato dagli ascari della Domenica del Corriere, truppe cammellate in divisa bianca, fez rosso e piedi nudi che combattono sotto il generale Graziani a fianco delle nostre truppe. A cinquant'anni dalla decolonizzione, dall'altra parte delle coste europee ci sono oggi importanti nazioni moderne, alcune delle quali hanno già imboccato la via dello sviluppo economico e dell'istruzione obbligatoria. Questi paesi hanno rapporti lontani, confinari con il resto del mondo. A essi, come al Sud italiano le rotte d'alto mare non bastano a integrare e sviluppare le economie interne. In verità queste rotte lontane non sono mai granché esaltanti. Nel secolo XVIII le rotte atlantiche non avrebbero giovato molto all'America del Nord se non si fosse sviluppata a fianco una rotta tutta americana con le Antille e l'America centrale per lo smercio di grano, di farina e di manufatti. Nell'Ottocento la rete ferroviaria messa in piedi nei vari paesi europei, compresa l'Italia toscopadana, sviluppò non tanto gli scambi internazionali quanto gli scambi interni, regionali e locali. Il progresso materiale fu grandioso. Al Sud, data la natura del territorio le ferrovie non prestavano a scambi facili e costosi. Ferdinando II spese una cifra colossale in porti, cantieri, navi per animare gli scambi. Le nostre amate Marine joniche non sarebbero nate senza quei traffici. Il veliero - una sorta di venditore ambulante sul mare - calata l'ancora in rada, sbarcava e imbarcava prodotti agricoli freschi e trasformati, e manufatti. Il naviglio più grande trasportava merci destinate al rifornimento delle due capitali, dei grossi centri urbani e per l'esportazione. I maggiori importatori ed esportatori avevano le loro aziende nelle città portuali e dovunque esistesse uno scaricatoio. Non di rado il dettagliante offriva le sue merci da una barca. Spesso a praticare il piccolo commercio era lo stesso capitano del veliero. Lo storico sidernese Mimmo Romeo, spulciando e compulsando atti notarili e documenti amministrativi nell'Archivio di Stato di Locri ha trovato ha trovato che nel 1868, nella rada di un paesino che non aveva diecimila abitanti, gettarono l'ancora 543 bastimenti, per una portata complessiva di 14.579 tonnellate e un movimento passeggeri di 895 persone; nove ogni 100 abitanti. Nel 1843, quando la popolazione insediata nella rada di Siderno aveva raggiunto appena le 6.483 unità, vennero imbarcati o sbarcati i seguenti prodotti: olio, legname di gelso, pelli, agrumi, fichi secchi (al tempo un alimento fondamentale per gli eserciti), legna di ulivo da ardere, canapa, scorza di faggio, ossa di bove, cacio, salame, vino, castagne, noci, seta grezza in matassa, carbon fossile, granatella. La marineria è stata la più grande eredità che Ferdinando II ci ha lasciato. Ancora nel 1920 i grossisti di Siderno importavano la farina via mare. Gli scambi locali, l'integrazione delle economie nascono così.

Oggi si ha un'idea sbagliata dell'Africa settentrionale. Si tratta invece di componenti essenziali della civiltà come oggi viene definita. Prima della Grecia e di Roma c'erano l'Egitto e i paesi delle sponde orientali del Mediterraneo. In età greca la Cirenaica fu la sponda navale per i commerci tra città greche e città magnogreche. In età romana, l'attuale Tunisia fu la provincia più ricca e colta dell'Impero; un primato che si prolungò all'età bizantina. L'Africa non è oggi così lontana come ai tempi di Mussolini. La decolonizzazione ha cambiato tutto. Costruiamo la flotta, come fece Ferdinando II, può farlo per esempio un consorzio fra le regioni meridionali. Sarà un mondo antico e nuovo. I traffici e lo sviluppo verranno.

giovedì 16 aprile 2009

Luttwak come Zitara: meglio un Sud indipendente


L'opinione di un famoso politologo

Luttwak come Zitara: meglio un Sud indipendente

Riprendiamo per l'informazione dei lettori di "Fora..." i passi salienti di un'intervista rilasciata da Edward Luttwak. Edward Luttwak è membro del CSIS Center for Strategic and International Studies di Washington, politologo esperto di problemi italiani. In questa intervista vengono trattati alcuni aspetti che riguardano il Sud Italia. La posizione di Luttwak è particolarmente interessante, ed in alcuni versi addirittura controcorrente.

Giornalista : In caso di decentramento, o al peggio di separazione, che ne sarebbe del Sud? Verrebbe sempre più abbandonato o, potendo produrre a più bassi costi, rifiorirebbe?
Luttwak : E evidente che il sistema Italia, negli ultimi 50 anni, ha favorito il Nord molto più del Sud. Regalando un mercato protetto, quello appunto meridionale, dove si possono vendere macchinette scassate a alto prezzo. E vero che lo Stato ha anche assicurato massicci trasferimenti di soldi dal Nord al Sud, ma quando l’oro estratto al Nord viene filtrato attraverso una rete politica di clientele ciò che arriva a destinazione è soltanto acido corrosivo, peggio fango: perché anziché favorire lo sviluppo provoca un ulteriore deperimento. Un meccanismo malefico che ha scoraggiato gli imprenditori meridionali dall’assumere rischi, e li ha trasformati in clientes, collettori di quei fondi settentrionali che in cambio di consenso politico Roma smistava al Sud. Quindi è logico pensare che se il Sud venisse lasciato a sé stesso, e per sopravvivere fosse quindi obbligato a sfruttare le proprie risorse, le cose per i meridionali andrebbero molto meglio. Sono convinto che un Sud indipendente, abbandonato dalla Padania, riuscirebbe a camminare bene con le sue gambe. Progredirebbe anzi molto più del Nord.

Giornalista: E i mercati internazionali assisterebbero imperturbabili allo scollamento?
Luttwak: Conoscendo la psicologia degli operatori internazionali, si sprecherebbero le interpretazioni ironiche. Si parlerebbe di spirito da operetta. Ma, al fondo, l’enfasi dei discorsi cadrebbe sulle continuità. Sulla certezza che la proprietà sarebbe salvaguardata. Dopotutto l’Italia è forse l’unico paese in Europa che non ha mai conosciuto rivoluzioni, dove ancora molta gente nasce, vive e muore nella stessa città, se non addirittura nella stessa casa degli antenati. Certo, come avviene in tutti i cambiamenti, ci sarebbe uno scotto da pagare. Ma non sarebbe troppo alto. Se si pensa che negli ultimi anni l’Italia non ha avuto governi democratici ma tecnocratici.

Giornalista: Il Nord è otto volte più ricco del Sud. Al di là dei dibattiti sul federalismo e delle sue virtù terapeutiche a lungo raggio, cosa si può fare al momento per ridurre queste abissali distanze?
Luttwak : Il concetto di Sud è diventato un’astrazione che non tiene assolutamente conto della realtà. Ci sono zone in Puglia, per esempio, che come capacità produttiva e livello di reddito competono con le aree del Nord. E allora?

Giornalista: Ma perché allora i fallimenti vengono imputati anche alla presunta pigrizia delle popolazioni meridionali?
Luttwak : Il motivo è politico. Tutte le problematiche italiane più affascinanti sono concentrate al Sud. È lì che crollano gli alibi della Prima repubblica. È proprio li, dove lo Stato ha cercato di essere più attivo, che anziché il progresso si è prodotto il massimo dello scempio.

Giornalista: C’è una corrente della cultura italiana, il meridionalismo, che ha prodotto fior di dibattiti accademici. È mai possibile che tutti questi intellettuali non abbiano
mai partorito un’idea valida?
Luttwak: L’ingegno meridionale ha avuto felici applicazioni fuori dal Sud. Ma lo Stato non ha mai permesso che trovasse sbocchi in casa propria. Lo Stato non aveva alcun interesse a valorizzarle, perché il progresso avrebbe distrutto la rete del clientelismo e gli avrebbe quindi im-pedito di controllare il territorio.

Giornalista: Sull’arretramento ha però influito anche la prepotente espansione della malavita.
Luttwak: Prima c’è il sistema di corruzione politica e poi c’è la malavita. Se il corpo
è sano, i parassiti possono esercitare addirittura una funzione positiva. In Italia la delinquenza organizzata è solo il frutto dell’abbandono dello Stato.
(Fonte: New ton Compton)

venerdì 3 aprile 2009

Io cerco la Titina

Di Nicola ZITARA
Berlusconi non ha il temperamento del vero politico, dell'uomo di Stato che - indovinando o sbagliando - giudica se stesso in base ai risultati che ottiene il suo governo. Per lui conta apparire bello, riuscire simpatico alla gente. Ciò fino a buttare il suo danaro dalla finestra e a fingersi macho persino nel momento in cui avrebbe bisogno di un sinicupio. In una cosa soltanto somiglia a Mussolini. Entrambi avrebbero voluto nascere della statura di un corazziere. L'apertura alle classi irregolari e indisciplinate in materia commerciale e fiscale, messa assieme a una certa efficienza nel risolvere i problemi d'ordinaria amministrazione, gli hanno assicurato e gli assicurano simpatia e voti, ma la crisi economica che gli è piombata addosso appena rieletto lo ha messo sul letto di Procuste. Per contrastare la disoccupazione, il calo dei redditi e dei consumi, gli USA e i maggiori paesi d'Europa sono intervenuti e intervengono iniettando danaro fresco di stampa a favore delle classi proletarie. Questo danaro lo prendono a prestito su piazza e a livello globale da chi ha soldi, attraverso la vendita di titoli del debito. Ma l'Italia di debito pubblico ne ha già troppo, il nostro debito è uno dei primi del mondo; l'Europa (cioè la Germania) non permette che salga ancora, perché questo farebbe salire i tassi d'interesse dei debiti pubblici degli altri paesi.
Il nostro novello Uomo della Provvidenza senza stivali è nei guai, assieme a tutti noi. Da buon venditore di fumo cerca di cavarsi d'impaccio come può. Al mio paese si direbbe che si 'hianchia, si dà e si sottrae, sfugge, canta ma non suona, proclama che sta facendo, ma ha le mani legate. Quasi fa tenerezza. Cerca d'inventare qualcosa, E' come una canzone credo di Charlot: "Io cerco la Titina, la cerco e non la trovo. Chi sa dove sarà..." Per soddisfare la piazza, rintuzza le accuse di Franceschini, per zittire Eugenio Scalfari, il gran 33 dell'industria automobilistica torinese e modenese, il nostro Berlusca, quatto quatto si è intascato i soldi che l'Unione Europea aveva erogato a favore delle regioni meridionali e li ha destinati a pagare la Cassa integrazione guadagni ai disoccupati appunto torinesi (che poi sono meridionali come noi, e solo trattati con qualche riguardo - o meglio aggregati per il rancio nella caserma in cui si produce il Pil nazionale).
Il governatore della Puglia, Nichi Vendola lo ha smascherato. Bel gesto! Ottima difesa. Siamo salvi. In porta c'è Buffon. I soldi torneranno a domicilio. Forse. Quasi.
I famosi Paladini del Teatro dei Pupi sono detti tradizionalmente Paladini di Francia. Nel nostro caso dire Francia è un pò troppo. Diciamo Piemonte. O magari Veneto e ci ritroviamo.
I nostrani governatori di sinistra (quelli di destra neppure capiscono l'argomento) dovrebbero sapere o forse sanno, perché il meridionalismo, tutto il meridionalismo, quello liberale, quello socialista, quello cattolico, ha arpeggiato sulla tastiera il tema per centocinquant'anni, che il guaio "Sud ↔ Nord" non sta nei soldi che al Sud non arrivano, ma in quelli che dal Sud partono e non fanno ritorno. Per esempio, quando mandiamo nostro figlio professore o ingegnere a cercare impiego a Milano, noi regaliamo a Milano qualcosa come mezzo milione di euro. Atro esempio, se io compro una betoniera da una ditta di Ravenna, gli pago non solo il lavoro che è stato prestato per costruirla, ma anche l'impianto e le macchine del padrone capitalista. Ulteriore esempio, se io canalizzo in banca la mia paga mensile, la banca milanese acquisisce gratis una riserva di capitale. Ma quando vado in banca (sempre milanese) a prestarmi l'importo anche di una sola mensilità della mia paga, la banca milanese si pappa un guadagno. Soldi dei sudici che finiscono ai garibaldineschi Fratelli d'Italia. Viva per sempre il reinventore della paria liberal, Carlo Alberto Ciampi. E viva anche Nichi Vndola. E perché no? pure Agazio Loiero.

venerdì 27 marzo 2009

Crisi bancaria o crisi di tutto il sistema?


Di Nicola Zitara

Se la Cina rifiuterà di accordare dell'altro credito agli Stati Uniti l'organizzazione sociale che conosciamo finirà dovunque. Nonostante il grande sviluppo delle relazioni civili il mondo in cui viviamo dal 1945 si è fondato sulla forza delle armi, sugli aerei supersonici, sulle portaerei da 100 mila tonnellate, sui sommergibili nucleari e sulle bombe atomiche americani. Gli Stati Uniti hanno imposto la pace al mondo - la pax americana - usando il deterrente della loro superiorità militare. Il deterrente è tuttora efficace, lo sarà - è presumibile - per un decennio ancora, e però invecchia e non viene rinnovato. Questo deterrente è stato messo in piedi con i soldi di tutta l'umanità, attraverso l'emissione di carta - il dollaro - che tutti abbiamo accettato. Quando abbiamo usato le parole "impero americano" non abbiamo inteso qualcosa che somigliasse alle legioni romane o alla Grande armata di Napoleone, ma alla funzione strategica del deterrente messo in piedi dagli USA. Oggi, però, la fiducia nel dollaro non solo vacilla, ma scivola. Nella misura in cui la tassa universale racchiusa nel dollaro si riduce, si riducono anche le spese americane in armamenti.

Non so se sia un bene o un male, ma le cose cambieranno. Personalmente sono pessimista a riguardo. Il passato insegna. Non ci sarà una via indolore al cambiamento. Chi vivrà tanto da assistere al declino del sistema attuale, in un modo o nell'altro, pagherà di persona. Sono propenso a dire che sarà inevitabile, e che il prezzo potrebbe essere ancora più salato, se gli Usa si metteranno a svendere gli armamenti in magazzino, come ha fatto la Russia nel ventennio trascorso. In tal caso altro che mafie libere trionfanti, la pressione delle masse povere sulle nazioni benestanti potrebbe assumere una forma diversa da quella che oggi vediamo.

Pessimista sì, ma non cieco alla speranza nell'uomo. La speranza va riposta su due eventualità, o meglio in due possibili conquiste della ragione e del sapere. La prima è più scorrevole. Riguarda i progressi che potrebbero intervenire nella produzione di novità tecnologiche di portata universale nel campo dell'elettricità e dei combustibili che, riducendo i costi di produzione, possano innalzare le condizioni di esistenza generali. Penso a qualcosa di simile al passaggio dal veliero alla navi a vapore, cosa che permise all'Europa di rifornirsi di grano in Canada e in Australia, di assicurare il pane a tutti, o alla celebre elettrificazione delle campagne di Lenin, che in venti anni portò la Russia dalla condizione di impero rurale a quella di impero industriale.

La seconda è più difficile e complessa. Riguarda la trasformazione di situazioni generali dovute alla saggezza. Penso ad esempio all'opera di Carlo Magno e alla creazione del Sacro Romano Impero, che sottrasse alla guerra la riorganizzazione del potere e aprì l'Europa a un avvenire di civilizzazione. Penso soprattutto - in quanto più vicina alla nostra esperienza di vita - alla creazione del Mercato Comune Europeo, che è probabile abbia chiuso per i popoli d'Europa millenni e millenni di guerre, di saccheggi e di sopraffazioni. La crisi attuale non si chiuderà mettendo a posto i conti delle banche o creando un nuovo sistema di pagamenti internazionali diverso dal dollaro e governato collegialmente. La crisi che viviamo è nata con la globalizzazione, la quale ha messo a confronto - un confronto immediato, visibile, comprensibile a chiunque - i poveri e i ricchi del mondo, la dimenticata questione dell'ineguale sviluppo delle nazioni. E' una questione che potrebbe essere risolta nel giro di decenni, se c'è l'accordo, o in due o tre secoli di guerre mondiali, se non ci si accorda. Della questione si occupò papa Woyitla nell'enciclica "Centesimus Annus". Speriamo che l'attuale pontefice abbia una maggiore insistenza del suo predecessore allorché - come promette - la riproporrà

venerdì 27 febbraio 2009

Neo-borbonismo zoppo


Di Nicola Zitara


Un popolo che ignora la propria storia non è un popolo ma soltanto un aggregato statistico. Tale è stato ed è il Sud nell'assetto statuale italiano. La retorica nazionale, massonica, falsamente giacobina, falsamente liberale, falsamente positivista, falsamente marxista, falsamente costituzionale, ha tentato di cancellare il passato ed è riuscita ampiamente riuscita nell'intento, fino al momento il cui, l'ostilità della partitocrazia, dei sindacati lavoristi, l'intrallazzo programmatico seguito al terremoto dell'Irpinia, non è stato innescato il risentimento patriottico dei meridionali.
La riscoperta del passato borbonico è partita dalle università e si è allargata. I giornali che veicolano la retorica cavourrista e persino la televisione di stato hanno scelto di accettare deroghe a tale retorica e di giocare sull'equivoco con ammissioni a mezza voce circa la sua infondatezza.
Sul terreno strettamente storico è intanto giusto e necessario ricordare che con la dinastia dei Borbone-Farnerse al Sud si ha una svolta di portata epocale. Svolta rispetto a che cosa? Sicuramente rispetto all'imbarbarimento di un paese estraneo al sistema feudale europeo, inaugurato dalla discesa a Napoli di Carlo d'Angiò. La sfortunata battaglia di Benevento, in cui i "liberi" comuni toscopadani, il papato del tempo, ben deciso a contrastare il cattolicessimo ortodosso e la tolleranza religiosa, trionfarono sui nobili ideali di Manfredi. Il Sud divenne una colonia retta da re stranieri e aperto alle usure dei banchieri genovesi, fiorentini e veneziani, e tale rimase sino alla devoluzione delle Due Sicilie alla dinastia dei Borbone di Napoli.
Soltanto la lettura degli infausti secoli che precedettero questo evento - che fu acostamento all'Europa ma senza negare il passato - può spiegare la sua positività e dare un significato alla parola "svolta".
Dopo centoquarant'anni, alla "svolta" seguì la controsvolta, cioè la restaurazione dell'egemonia europea sul Sud. Non si può certamente affermare che l'Europa del 1860 fosse la stessa dell'Europa del 1266, tempo dei re crociati e del contrattacco all'espansione araba, e tuttavia il sistema connesso alla rivoluzione commerciale e industriale, in cui le aree di sbocco per le merci di massa sono divenute vitali per le sviluppo, anzi la vita, dei paesi all'avanguardia non è foriero di libertà, ma foriero di colonialismo.
Il colonialismo interno inaugurato dal sistema cavourrista fa il paio con il feudalesimo angioino e le usure toscopadane imposteci dopo la sconfitta di Benevento. Benevento e Calatafimi sono la stessa cosa. E' nei fatti la negazione della passata indipendenza. Il venticello meridionalista, che è soffiato negli alti strati della coscienza meridionale per oltre un secolo, è risultato infecondo. La sua debolezza era l'accettazione dello Stato cavourrista, ma il movimento indipendentista e di liberazione nazionale deve impossessarsi delle ragioni critiche sollevate e trasformarle in motivo e argomento di aperta rottura.
Si può aggiungere che chi pretende di fare politica in questo nostro paese deve conoscere i suoi mali e le sue virtù.

venerdì 20 febbraio 2009

No global

Di Nicola ZITARA


Nello stesso momento in cui io scrivo le frasi che seguono e nel momento in cui voi, oggi o domani o un qualunque altro giorno di questi mesi, le leggerete il sistema produttivo italiano e mondiale - un capitale impiantato che vale decine e forse centinaia di migliaia di dollari - è assolutamente intatto. I capannoni sono dove erano prima, le catene di montaggio sono sempre al loro posto, il filari di ulivi si allineano sereni sotto il sole o la pioggia, le porte dei negozi e quelle delle botteghe artigiane sono aperte, le greggi pascolano, gli aerei decollano, i pescherecci calano e ritirano le reti. Eppure tutto questo immenso capitale sparso su 510 milioni di chilometri quadrati della superficie terrestre, e sotto terra e il alto nel cielo, non è in condizione di produrre ciò che ha prodotto un anno o due anni fa. La gente ha perso il lavoro, non riesce a pagare i debiti contratti, non ha danaro per mangiare, perde la casa che dovrebbe finire di pagare.

La presenza di un potenziale produttivo intatto e la inettitudine a farlo muovere come prima è un'incongruenza, una irrazionalità, una illogicità, un'asocialità, un sopruso che carognescamente viene definito CRISI. In crisi sono semmai coloro che vi prestano credito. Il problema vero è che l'assetto liberista mondiale non ha né gli strumenti né la volontà di far fallire le banche che dovrebbero fallire in conseguenza dello stato d'insolvenza in cui versano. Si tenta anzi di salvarle rifinanziandole, cioè facendo pagare due volte ai cittadini (ai sudditi monetari, i produttori) gli errori altrui e le altrui malefatte.

Per risanare il sistema qual oggi è, c'è solo un modo rapido: innalzare in tutto il mondo il livello dei salari e degli stipendi di un terzo all'anno. Ciò creerebbe inflazione. Ma l'inflazione, se distribuita equamente secondo i valori e i potenziali esistenti luogo per luogo, mentre darebbe fiducia e prospettive alle famiglie, si risolverebbe in un apparente aumento dei prezzi. Aumenterebbero infatti i segni monetari spesi (la cifre stampate sulle banconote) ma non cambierebbe il bilancio familiare. Avevo 1000, e per una bistecca spendevo 10. Oggi ho 1500 e per la stessa bistecca spendo 15.

Tuttavia non sta nel nostro potere cambiare gli altri. Sarebbe, invece, nel nostro potere cambiare la nostra condizione attuale. Nella buriana finanziaria globale e stranieri in patria siamo un fragile vaso di coccio. E' ormai vitale pensare alla difesa, mettendo un lucchetto alla porta.

Il Sud ha bisogno di tornare indipendente, in modo che il nostro prodotto non fluisca gratis a Milano, la quale, ce lo restituisce in parte, e questa parte con la lesina e gli interessi.

Il Sud ha bisogno di ricostruire la sacralità dello Stato attraverso una monarchia regnante. Ha bisogno di sospendere la votocrazia per un periodo non inferiore a cinque anni. Ha bisogno di una classe dirigente consapevole dei problemi del paese. Ha bisogno di una burocrazia efficiente e pulita. Deve fondare un sistema di economia mista, in cui stiano in equilibrio il settore pubblico, le banche, le maggiori industrie, i servizi classici e l'agire privato. Ha bisogno di riportare al lavoro i giovani e alla ricerca gli studiosi.

Ha bisogno di libertà. Viva il ricordo di Ferdinando II.

giovedì 12 febbraio 2009

Napolitano, la Costituzione, il Sud

di Nicola ZITARA

Il mio personale rapporto con Napolitano è vecchio di oltre cinquant'anni. E' stato il legame di bandiera tra un militante socialista e un dirigente nazionale del PCI; lui sul podio a insegnare, io in piazza a imparare; lui al centro dell'assemblea, a presiederla, io su una sedia dell'ultima fila a essere presieduto. Adesso lui è sotto i riflettori e di fronte alle telecamere e io dall'altra parte del video, a vedere e a cercare di capire. Gli anni e l'esperienza gli hanno conferito una scioltezza d'eloquio, una sicurezza oratoria e una comunicativa politica che da giovane non aveva. Cioè hanno costruito una personalità nuova o inespressa. Dalla mia parte gli anni hanno portato il senno che mi mancava. Mi sento più esperto, so le cose che le delusioni politiche mi hanno insegnato. Certo da giovane egli si trovava a dover sottostare a dei superiori che gli facevano la pagella, mentre oggi, per il prestigio che si è conquistato in due soli anni, sta più in alto di ogni altro uomo della sinistra. I suoi giudici sono la sua coscienza personale, la sua responsabilità di uomo di Stato, gli italiani che consentono o dissentono, le grandi potenze mondiali a cui l'Italia è collegata. E questo è un gran passo avanti.

L'avversario di Napolitano è Berlusconi. Ma cosa rappresenta l'uno e cosa rappresenta l'altro?

Nei primi anni Novanta, l'Italia, per non essere esclusa dal sistema monetario europeo dei cambi fissi, vigente in Europa, e da quello in preparazione della moneta unica europea (Euro), fu costretta ad adottare alcuni provvedimenti di carattere sociale, negativi per i lavoratori e in genere per le famiglie proletarie. Dovette inoltre procedere a smantellare il sistema delle banche e delle industrie di Stato. Questi provvedimenti, che modificavano profondamente il precedente corso interclassista, il più che trentennale Stato sociale, vennero adottati con il consenso dei sindacati e dei partiti di sinistra. Bisogna aggiungere che il più delle volte la realizzazione della svolta sociale fu affidata proprio a governi diretti da uomini di sinistra.

Con questa delega, che aveva la funzione di fare inghiottire il rospo alle masse, si santificava un negozio politico - un patto tra sinistra e Confindustria - per cui la sinistra restava titolare di eseguire direttamente il contratto o comunque di vigilare sulla sua esecuzione ad opera di altri. In buona sostanza, per la sinistra si trattò d'accettare una svolta a destra - liberale, liberistica, capitalistica, antisindacale - che veniva imposta alla società italiana dalle forze capitalistiche dominanti in USA e in Europa, con il patto tacito, però, che sarebbe stata essa stessa a dirigere o collaborare alla svolta come forza di governo in carica o come forza capace di condizionare e vigilare sul governo in carica, in modo che il passaggio non fosse eccessivamente duro per i lavoratori.

L'ingresso di Berlusconi sulla scena politica italiana va bene interpretato (al di là del temperamento e della morale dell'uomo) come un risveglio delle classi del capitale a realizzare da sé, in modo determinato, convinto e rapido, la restaurazione liberista e antisindacale, scavalcando la mediazione della sinistra.

Le forze del capitale non sono uno strato uniforme del mondo produttivo. Ci sono i piccoli, i grossi, i medi, gli autonomi. Ciascuno di questi strati ha una sua storia, una sua condizione, degli interessi precisi nella geografia del mercato interno e internazionale, dei rapporti diversi con il fisco e la burocrazia statuale. In Italia, la grande industria è stata sempre protetta dallo Stato in modo aperto o sottobanco. Il suo rapporto con il fisco si fonda sulla più ampia autonomia, in quanto essa è in pratica libera di scegliere se dichiarare o non dichiarare in bilancio il profitto o le perdite. Il suo rapporto con la pubblica amministrazione è, poi, di assoluta supremazia. Non così l'impresa media, piccola, autonoma e persino quella medio-grande. Il popolo che Berlusconi ha scelto come base e sostegno della sua ascesa politica va dal pescivendolo che gira di porta in porta a chi dirige una fabbrica con diecimila o ventimila operai. Non pagare le tasse, ottenere libertà di manovrare i prezzi, pagare bassi salari. E' sotto gli occhi di tutti che Berlusconi ha stravinto. In corso d'opera, si sono schierati con lui vecchi e meno vecchi esponenti del consociativismo che hanno intravisto nella nuova formazione partitica una rapida possibilità di ascesa. In sostanza Berlusconi è riuscito a unificare sotto il suo simbolo partitico la parte commerciale della borghesia nazionale e molti detriti della patitocrazia. Lo ha fatto su una linea arretrata, ma è riuscito in un'impresa che ha due soli precedenti, il trasformismo di Depretis e il fascismo. Qualche sporadica resistenza si è avuta da parte della Fiat e delle altre industrie super avvantaggiate del Piemonte e dell'Emilia. Il Sud ha ceduto su tutta la linea. Lo stesso autonomismo o federalismo siciliano di Raffaele Lombardo è un cedimento di fatto alla linea antioperaia di Berlusconi, che nessun meridionalismo a parole può nascondere.

Il congiunto operare dello spiazzamento sociale a sinistra e dell'aggressività padronale ha ridotto il popolo lavoratore in mutande. E molto spesso anche senza quelle. Sans culottes. Al contrario il popolo delle partite IVA gongola.

Conseguentemente la sinistra si trova a difendere le scelte liberiste ai danni delle masse e contemporaneamente a invocare il consenso di queste masse non più sul piano sociale ma, miserevolmente, sul piano costituzionale, o meglio su un piano anteriore alla Costituzione del 1948 e del tutto settecentesco, qual è la divisione della sovranità nazionale in tre poteri distinti e indipendenti. Ma quando le masse hanno la pancia vuota, la democrazia (cioè il patto di convivenza tra datori di lavoro e lavoratori) rischia d'essere dimenticata, come avvenne tra 1922 e gli anni del disastro concatenati della guerra e della guerra civile. Nell'attuale situazione socio-politica di forte egemonia padronale, la funzione codina, elettoralistica, votocratica e clientelare della sinistra in Meridione non ha più alcuna prospettiva, tanto più che quelle frazioni toscopadane del proletariato che riescono ancora a pagare le bollette sono divenute scioviniste e parteggiano per lo stronzobossismo. C'è del tutto una corrente politica della sinistra toscopadana che immagina un proprio partito in competizione stronzobossistica con la Lega.

Napolitano è assurto a leader della resistenza democratica, costituzionale, europeista. La difesa di questi valori è importante, forse vitale, per la formazione sociale toscopadana, ma non serve a noi. Non serve perché non serve una Costituzione che è rimasta deliberatamente inapplicata nella norma che contempla il diritto al lavoro (art. 4), una norma fondamentale per noi, essendo il lavoro la base della convivenza civile in una società in cui ormai si vive di soli scambi di mercato e non più di autosostentamento. Se la tutela del lavoro è assicurata soltanto nei luoghi in cui la domanda è spontanea, il patto costituzionale d'unità nazionale è cancellato alla radice. I voli pindarici dei nostri intellettuali liberal-democratici sono la palla di piombo al piede che inabissa il proletariato meridionale. L'illusione che la nazione giacobina sabauda fascista resistenziale, cara all'intellighenzia napoletana, siciliana e in genere meridionale (Croce ci ha descritto i Savoia come i soli possibili salvatori del Mezzogiorno) possa bastare come base alla civile convivenza equivale a una castrazione dell'intelligenza e al rifiuto di ascoltare la storia; degrada l'idea di nazione a una truffa. Cercare qui il consenso in modi più o meno corretti con lo scopo reale di sostenere lo sviluppo altrove - come si va facendo sin dal tempo di Turati - lascia aggrovigliato il nodo più vistoso del contesto unitario.

La democrazia meridionale (cioè l'incontro tra capitale e lavoro) può essere interna al Meridione. L'ipotesi che debba essere esterna è fallita molte volte nel corso di centocinquant'anni di unità. Il ritorno al quadro di un'Italia divisa in più Stati rientra e collima con il sistema europeo. La recente separazione tra Ceki e Slovacchi ha giovato a entrambi i paesi e s'inquadra benissimo nel processo di unificazione europea.

lunedì 26 gennaio 2009

ELEAML - COMUNICATO STAMPA DEL 25/01/2009

In attesa di una edizione cartacea Nicola Zitara ha deciso di mettere
a disposizione del popolo della rete la stesura definitva della sua opera.
Si tratta di una lettura ostica, come la definisce egli stesso, ma noi
invitiamo i giovani del Sud a leggersela e magari a contattare Zitara
per chiedere chiarimenti in merito a quanto affermato nel suo testo:
Il Ri-sorgimento toscopadano: una spinta dal basso in l'alto
Alle radici del capitalismo toscopadano
Questo è il link
http://www.eleaml.org/nicola/risorgimento/2009_nz_Ri-sorgimento_toscopadano.html
alla pagina dalla quale potrete scaricare la premessa
e i tredici capitoli che compongono l'opera completa.

Mino Errico - www.eleaml.org

martedì 13 gennaio 2009

Le autostrade del Mediterraneo

Di Nicola ZITARA
A cinquanta anni dall’unità politica d’Italia, Giuseppe Cuboni, un agronomo di peso, osservando le difficoltà alimentari che piegavano le popolazioni del Nord e del Sud, le spiegava con gli indirizzi governativi a favore della produzione granaria. Rilevava, fra l’altro, che il paese presentava non solo due diversi ambienti climatici e agronomici, ma anche due diversi ambienti orografici, che sicuramente non agevolavano le comunicazioni interne. Di recente, un geografo, Giampiero Fumi, trattando delle Vie di comunicazione e trasporti (in Italia), ha osservato che la classe dirigente unitaria, nell’intento di collegare il Sud militarmente al Nord, che dell’unificazione era stato l’artefice e ne era l’area più interessata, ha reso un pessimo servizio agli Italiani del Sud e ai Siciliani. Infatti, le ferrovie, le strade e le autostrade meridionali sono state pensate e realizzate come se i meridionali non avessero altro scopo collettivo e individuale che quello di viaggiare per o da Milano. L’intero sistema viario si sviluppa a immagine di una palma: un tronco quasi netto di rami e una gran chioma in cima. Il Sud è rimasto poco collegato al suo interno. Non certo a causa della sua particolare orografia, gli scambi all'interno di ciascuna regione e quelli fra regioni risultano difficili e costosi. Tuttavia gli errori dei governi unitari sono divenuti strutturali. A ciò non si rimedia cercando di rattoppare il sistema ferroviario e viario esistente. Il Sud è uno sbocco per il Nord, ma il Nord non è uno sbocco per il Sud. Per il nostro import/export è molto più importante la pace in Medio Oriente (visto che al guaio della fondazione di uno Stato ebraico-americano in Palestina non c'è più rimedio) che la scorrevolezza della Salerno-Reggio Calabria. Ben diverse le idee e le realizzazioni politiche di Ferdinando II di Borbone che, dopo avere costruito per primo in Italia una ferrovia e dopo aver impiantato la splendida meccanica Officina di Pietrarsa, dalla quale uscivano macchine a vapore e carri ferroviari esportati in altri ex Stati della Penisola, ivi compreso il Regno dei Savoia, rimandò a un momento successivo l’idea (già confortata da seri studi) di realizzare una ferrovia che raggiungesse Reggio di Calabria. Si fermò all’appalto della Napoli-Foggia, la sola tratta ferroviaria che avrebbe abbassato fortemente i tempi (non certamente i costi) del trasporto via mare tra la campagna più fertile del Regno e la capitale. All’opposto s’impegnò a sviluppare la marineria, anche quella di cabotaggio che, per la lunghezza e lo slancio della parte meridionale della penisola, risultava meno costosa e più agile nei traffici interni.
Ogni cosa che oggi appare nuova, domani diventerà vecchia. Così l’idea delle comunicazioni in Italia. Con la globalizzazione dei mercati, la padanizzazione del Sud (un fatto che va contro una storia millenaria) va sbiadendosi, per far posto a nuove aperture commerciali. E' sintomatico che altrove il sistema vada riorganizzandosi. Per esempio la vecchia centralità viaria di Milano decade: a est verso il Brennero e Trieste, a ovest verso i trafori piemontesi. Si cercano vie più veloci e meno costose. Il traffico tra il Sud italiano e l’Europa continentale risulta strozzato e angariato dalla scelta di una viabilità etnocentrica milanese. I nodi di smistamento del Sud verso l'Europa continentale più esatti sono Trieste e Marsiglia, come al tempo dell'indipendenza preunitaria. Ciò vale specialmente per la zona omerica e paleomediterranea dello Stretto, ma anche, sia pure in modo alternativo, per il Sud jonico e per il Sud tirrenico. Certamente la resistenza milanese è dura e sarà ancora più dura (il contrasto politico sul costoso, clientelare e inutile aeroporto di Malpensa lo attesta). Tuttavia l’allargamento o abbattimento della chioma viaria (un costoso ingombro per l'import/export meridionale) è fattibile solo via mare o via aria. Gioia Tauro mostra che l'opzione mare è valida e conveniente.
Ma accanto alle grandi arterie su cui dovrebbe utilmente svolgersi il traffico tra Sud italiano ed Europa, ci sono le arterie interne alla Penisola. L’Italia peninsulare giace e si stende lungo il mare. Lo Stato italiano ha fatto violenza alla storia naturale della penisola italiana e delle popolazioni italiote, così come l’aveva fatta Roma al tempo della Repubblica e dell’Impero. La spinta naturale è emersa chiaramente e positivamente nel corso dei quindici secoli in cui la penisola tornò divisa politicamente. Siracusa, Palermo, Amalfi, Napoli, Pisa, Genova, Malta, Messina, Taranto, Otranto, Bari, Ancona, Rimini, Venezia, infine Livorno, Trieste, e oso aggiungere Tunisi, Marsiglia, Alessandria d’Egitto, l’Egeo, i Dardanelli, Beirut, Acri, il Pireo, Ragusa, Spalato, configurano la storia naturale delle comunicazioni dell’Italia peninsulare. Merci e cultura, uomini e cose si muovano fra i vari luoghi della Penisola attraverso il mare. E attraverso il mare l'Italia s’incontrava con il mondo. L’Italia peninsulare è un porto di smistamento. Il posto del Sud in tale contesto è deperito a partire dalle Crociate, con il peso crescente nelle cose italiane della Francia, dell’Impero germanico, del Papato e della Spagna, e con la sua inclusione nel sistema dei regni barbarici e feudali d’Europa (angioini, aragonesi, castigliani).
Le avvisaglie di una possibile rinascita vengono appunto dal ruolo assunto dal porto Gioia Tauro e da quello di Napoli nei traffici mondiali. I due porti, oggi si presentano come “cattedrali nel deserto”. Attorno ai due porti c’è il vuoto. Ma credo sia sbagliato immaginare che esso potrà essere colmato soltanto riempendo il retroterra di fabbriche e di franchigie daziarie. Il problema vero ha una valenza ambientale ed economica, ed è la rete viaria marina. Le vere strade del Sud sono il mare, come al tempo di Siracusa e di Archimede.

martedì 9 dicembre 2008

GLI ESORCISMI DI NAPOLITANO

Ricevo e pubblico da Zitara...

Gli esorcismi di Napolitano
Nascere in un posto o in un altro è una condizione determinante della personalità. Sul fanciullo che cresce si riversa l'intera storia del suo popolo. Ogni uomo o donna è figlio di una madre e di un padre, ma anche della storia della nazione in cui avviene la sua crescita. I costumi, la religione, la lingua sopravvivono per decine e decine di generazioni. Vincenzo Cuoco ha rilevato nel dialetto napoletano l'uso di parole coniate non meno di quattromila anni fa. Decisiva per la vita di relazione è anche l'appartenenza a una o a un'altra area economica nazionale o regionale. L'esistenza di un meridionale è diversa da quella di un settentrionale, in quanto, come tutti sappiamo, Sud e Nord costituiscono, oltre che due aree nazionali con una storia particolare, anche due diverse formazioni economico-sociali da poco incluse (loro malgrado) nello stesso Stato sovrano.
Nei giorni scorsi, il presidente della Repubblica è stato indubbiamente sincero allorché ha esternato una cocente preoccupazione per la sua Napoli e per tutto il Meridione, in una fase della storia unitaria nella quale i rapporti fra le due formazioni sociali appaiono logorati e in evoluzione negativa. Napolitano, che è una persona colta ed esperta in politica, sa bene che il nocciolo duro del dualismo non sta nella buona volontà del Nord padano e neppure nel degrado civile e morale del Sud, ma nel meccanismo che presiede agli investimenti economici, o per dirla in termini marxisti nei meccanismi attraverso cui opera l'accumulazione capitalistica.
Stando così le cose, l'alternativa razionale sarebbe questa: o l'Italia padana abbandona il sistema dell'iniziativa privata (quantomeno a livello di grandi imprese) o il Sud si separa dallo Stato cosiddetto italiano. Tuttavia nessun accadimento politico, che non sia una rivoluzione, potrebbe far deflettere i capitalisti padani dall'essere capitalisti. Se in generale, neppure la questione ambientale - la minaccia alla vita del pianeta - ha fatto deflettere chi guida il sistema mondiale dalla logica del profitto, è illusorio immaginare che il sistema padano possa rinunziare a un meccanismo pagante soltanto per usare una cortesia ai meridionali.
Infatti, se razionalmente il problema è da terza elementare, dal punto di vista sociale e pratico la situazione presenta un groviglio d'interessi di classe difficile da dipanare. Il sistema capitalistico padano non ha mai negato e non nega al Meridione l'ipotetico sviluppo della produzione e del lavoro a causa di sue idee razziste o per odio nazionale. Al contrario le regole della sua crescita - in quanto crescita dell'accumulazione capitalistica - sono fissate dalla concorrenza di mercato, la quale comporta l'ininterrotta crescita della dimensione delle singole imprese. Per un'impresa che abbassa il costo di produzione ne cadono altre incapaci di abbassare il proprio. Il correttivo corrente a questo competitivo crescere e declinare è rappresentato dall'allargamento degli sbocchi, cioè dalla dilatazione della platea dei consumatori tanto nella propria area politica quanto in aree esterne. In corrispondenza con l'espansione degli sbocchi esterni emergono forme esplicite o dissimulate di colonialismo (anche interno, regionale) supportate da settori di tipo collaborazionista. (E non sempre i collaborazionisti sono consapevoli d'essere i traditori di sé stessi.)
Come in tutte le formazioni sociali a carattere coloniale, anche nel Meridione il più importante settore collaborazionista è stato il pubblico impiego, seguito dai dipendenti di imprese padane (ferrovieri, bancari, dell'elettricità etc). Senza questa base di massa - che si è formata nel dopoguerra in sostituzione della rendita fondiaria, come derivato particolarmente favorito dal voto di scambio - il collaborazionismo del ceto politico meridionale sarebbe stato campato in aria. Il sistema Italia affida a questo ceto la spesa pubblica, che al Sud è la fonte suprema del profitto privato. Ma l'Italia padana ha stretto i freni, non spesa più il Welfare favoritistico. La combinazione tra mercato unico europeo e lavoro extracontinentale mal pagato ha convinto l'establishment padano a cambiare cavallo, ad abbandonare al federalismo fiscale la massa impiegatizia meridionale (e quindi la spesa pubblica obbligatoria) e ad adottare come mezzo di trasporto del consenso una biga trainata dalla grande e media distribuzione e dagli apparati mafiosi. Attraverso accordi di oligopolio, la distribuzione ha ottenuto che il prezzo delle merci sia costantemente crescente, e la mafia ha avuto la libertà di essere capitalismo a mano armata, con licenza di trasformare la violenza in profitto. La minutaglia segue. Mal pagato, l'esercito del lavoro meridionale di riserva o mangia questa minestra o si butta dalla finestra.
L'avvertimento di Napolitano alla vecchia classe politica, da cui lui stesso viene, è stata una predica al vento. Sono lontani i tempi di Togliatti e Di Vittorio, dei cortei dietro la bandiera rossa. Oggi la classe politica ottiene soltanto il consenso che può pagare. Però le chiavi della cassaforte sono in mano a Tremonti e a Bossi, i quali preferiscono avere come referenti la distribuzione e la mafia.
Nicola Zitara

martedì 18 novembre 2008

La riforma Gentile e la pedata di Maresca

Ricevo e pubblico da Nicola Zitara...

Il quarto d'ora di ricreazione era avvertito come una liberazione dello spirito e del corpo. I muscoli volevano sgranchirsi, la mente spaziare sul casuale. La circolazione sanguigna pretendeva che il cuore pompasse più in fretta. Il mio compagno di banco, un bianchisano, stava quietamente degustando un ottimo panino e chiacchierando con un altro bianchisano. Quatto quatto mi avvicinai alle sue spalle e dall’alto di un gradino gli piazzai un gran ceffone tra capo e collo. Dopo di che, contento di me stesso, riportai il panino, che nel corso dell'impresa manesca avevo preso con la sinistra, nella mano destra. La mano destra lo riportò in bocca e addentai un gran boccone, un boccone degno di colui che s'era prodigato in un'alta opera di affermazione sociale. I denti, la lingua e la gola stavano compiendo la dolce opera di deglutire il boccone, allorché mi arrivò proprio in mezzo ai nutriti glutei un calcione ben mirato, l'educativo prodotto di una gamba indubbiamente energica.

Maresca aveva osservato la scena dalla finestra della presidenza posta a piano terra rialzato. Era uscito ed aveva esercitato alta e bassa giustizia secondo il suo stile. Un metodo educativo in uso qualche volta nelle scuole elementari, ma neanche allora al ginnasio e al liceo. Non me ne adontai. Per i ragazzini delle prime classi, Maresca era come se fosse Giove tonante, che manda i fulmini e il bel tempo. Incassata la botta, io e il mio compagno riprendemmo a mordere il panino confezionato con la squisita mortadella dei nostri verdi anni e affettata a fette spesse, a cura della moglie di don Ciccio Napoli - mezza lira cadauno.

Perduta l'enclave Ruga di Portosalvo, spaesato nel rango di studente, confuso fra altri ragazzini che non erano cresciuti con me, il Ginnasio, il fascismo, la patria in armi, il latino, il bidello Congiusta, Omero, i numeri frazionari, il panino con la mortadella, il fischio assordante/attraente di Nicolino col furgoncino, avevano l'identità di un Purgatorio comunemente detto Jeraci, ma che bisognava scrivere Locri. Questo Purgatorio era sovrastato da un Orco, detto Preside, il quale era severo, ligio, autorevole, solo qualche volta conciliante, umano, paterno; un uomo che, come ci venne spiegato, era rimasto solo con i suoi figlioletti per la recente vedovanza: una persona ben piantata sulle gambe, alta, il pizzetto sul mento, il nome ridondante: Umberto Sorace Maresca.

Per quanto mi sforzi di riandare con la memoria ai nomi che ho incontrato nel libri di storia, non ricordo alcun personaggio importante che avesse il nome di Umberto, tranne Umberto Biancamano, che poi non era propriamente italiano, ma un montanaro della Savoja arrivato a Torino e, se non ricordo male, elevato a conte dall'imperatore germanico. In Toscana ci furono (e forse ci sono) gli Uberti, quelli del famoso Farinata, ci fu anche un Uberto degli Uberti, che non mi ricordo chi fosse, forse qualche altra illustre personalità, mai degli Umberti. Il nome Umberto si è diffuso soltanto dopo l'ascesa al trono d'Umberto di Savoia, secondo re d'Italia, assassinato nel 1900 a Monza dall'anarchico Gaetano Bresci. Al tempo in cui Binda e Guerra si contendevano i giri ciclistici di Francia e d'Italia, e l'Inter si chiamava ancora Ambrosiana, incontrare una persona con quel regale nome non era cosa di tutti giorni. Ancora più esotico era quel Maresca del cognome. Maresca, amarena, ciliegia, marmellata. Cirio, Arrigoni. Ancora più spaesante era l'intitolazione del Liceo: Liceo-Ginnasio Ivo Oliveti. A girare tutta la Calabria, uno che si chimi Ivo sarebbe tuttora una ricerca vana. In effetti la Locri di Maresca si atteggiava (e in effetti era) il punto di congiunzione della molto periferica provincia calabrese con l'Italia metropolitana, con Piazza Venezia, il Duomo di Milano, le Campane di San Giusto e l'Enciclopedia Treccani. Era un prezzo da pagare in termini umani affinché divenissimo italiani: la rinunzia alle gare di equilibrio sul muretto della ferrovia, al gioco della singa, alla nostra identità originaria, a come ci aveva disegnati il natio borgo selvaggio.

Riflettiamo: il re d'Italia, asceso a Imperatore d'Etiopia, e il Duce, uomo del destino, sono una cosa, l'Italia che transita verso la modernità, mandando la larga massa dei suoi ragazzi a scuola, un'altra. Bisogna raccontare le cose per come stanno. Dopo la Prima guerra mondiale, lo Stato italiano era necessario, quasi inevitabile, diventasse la Nazione italiana; quella di cui, sessant'anni prima, Massimo d'Azeglio aveva stigmatizzato l'assenza: "L'Italia è fatta, adesso bisogna fare gli italiani". La Destra cavouriana non si era neppure messa all'opera, la Sinistra di Depretis aveva aggirato il problema con il Trasformismo parlamentare, Giolitti aveva impiegato le rimesse degli emigrati per innalzare il Triangolo industriale governando il Sud con il notabilato e i mazzieri; tutti i governi avevano adescato la mafia per tenere buoni i contadini, a cui il nuovo Regno aveva rubato i demani comunali e il diritto di pascolare e far legna da ardere. Durante la guerra la riforma agraria era stata promessa e ripromessa in cambio del sacrificio della vita. Finita la guerra, mantenere la promessa sarebbe equivalso a rinunziare al rilancio dell'industria di pace.

L'ipotesi era inaccettabile. L'Italia sarebbe sparita dal novero delle nazioni civili. Ma come normalizzare il Sud? Come realizzare uno suo sviluppo nazionalitario senza prima consentire la sua transizione all'industria? A quel punto dell'evoluzione del sistema di mercato, Mussolini non poteva controllare le aspettative contadine avvalendosi del padronato fondiario e della mafia, come avevano fatto i suoi predecessori. La guerra aveva piegato i baroni e li aveva sospinti sul viale del tramonto. La stessa massoneria meridionale si era ridotta a un cenacolo di vecchi impotenti e sdentati. Il potere dell'antica classe dei redditieri non superava più i muri del locale circolo di società - cosa narrata in molti romanzi e rappresentata in decine di film. L'agricoltura meridionale, bloccata a produrre grano, non traeva alcun beneficio dall'espansione demografica e dalla crescita dei consumi nelle città industriali. Milano e Torino non erano la Francia. Da parecchio era finito il tempo della grande esportazione mondiale di vino, di olio, di conserve alimentari. La classe media delle professioni e degli impieghi, che aveva pagato con la vita, le mutilazioni, il degrado di anni in trincea, per l'integrità territoriale della Padana e per la velleità milanese della Grande Nazione, ora, dimentica di sé e della sua appartenenza culturale e morale, invece di chiedere un compenso per il Meridione, come sarebbe stato giusto e corretto, invocò proprio l'opposto: d'essere assimilata all'Italia dominante.

Fu così che Mussolini poté ottenere la quadratura del cerchio. Benedetto Croce, Giustino Fortunato, Oriani, Gabriele d'Annunzio, nel bene o nel male, avevano fatto lievitare la nuova aspirazione di tipo idealistico o forse pseudoromantico, che aveva sotterrato lo storicismo napoletano, e persino il positivismo giuridico e medico che gli era succeduto durante gli ultimi decenni del XIX secolo. Giovanni Gentile, divenuto ministro della pubblica istruzione, fu l'artefice dell'impostazione dell'ideologia nazionale. Il passaggio centrale della riforma Gentile fu l'omologazione della cultura meridionale alla romanità e più che altro al Rinascimento, cioè l'omologazione dell'intellettualità meridionale alla storia culturale pan-toscana. Maresca fu un convinto paladino della toscopadanizzazione del Sud. Una persona perbene, un buon preside, anche se uomo di parte e certamente un campanilista. Un inneggiatore dell'odiosa Ara pacis e della resa dell'antica Locri a Roma schiavista. (La caduta morale della piccola borghesia sarebbe avvenuta molti decenni dopo, lui morto da tempo, con il democratico voto di scambio, il nuovo sistema adottato dalla Padana per irreggimentare il Sud.)

I libri scolastici, i professori, il cinema, le canzoni (Siamo un popolo d'eroi, son Renati i figli tuoi... Dangala a me biondina, dangala me, biondà...), i discorsi del Duce, le adunate promosse dal preside Maresca, i suoi discorsi nella sala a scalinate del Cinema Impero, rivolti a chissà chi, non certo a noi ragazzi, che neppure li ascoltavamo, ci volevano (e ci hanno fatti) italiani.

Locri era la capitale del circondario. Il Liceo-Ginnasio Ivo Oliveti era il forum di due o trecento ragazzi e giovanotti con speranze dottorali provenienti dai trenta o quaranta paesini, da Stilo a Brancaleone. C'erano due treni degli studenti, uno proveniente da sud e uno proveniente da nord. D'inverno sfornavano corpi di ragazzini intirizziti dal freddo, d'estate corpi assonnati di ragazzi madidi di sudore.

Le ragazze di regola non viaggiavano. Stavano in pensione presso le suore o una famiglia del luogo. I ragazzi venivano da paesi lontani, ore di biroccio, più ore il treno. E c'erano anche, anzi c'erano soprattutto, le biciclette. Erano pedalate di ore, da Roccella, da Gioiosa Superiore, da Grotteria, da Bovalino, da Benestare, da Sant'Ilario, da Gerace. Noi di Siderno eravamo i più fortunati e anche i più numerosi. I due primi anni di Ginnasio viaggiai in carrozza con altri ragazzi e due studentesse liceali - due 'signorine', in un tempo in cui il tu si dava all'altro sesso soltanto in età infantile.

Ci portava Zagaré con il suo vecchio landò, tirato da un vecchio cavallo. Portare era, poi, il più delle volte un modo di dire, perché di regola era un correre accanto alla carrozza in quotidiane gare a chi era più veloce, e a fare a cazzotti e a sassate con i ragazzi della pluiricasse della Basilea che al nostro apparire prendevano a urlare: vavalaciari. La Juventus di Siderno gareggiava con la Fortitudo di Locri. Il portiere Minniti subì l'infamante accusa d'essersi venduto, Pietro Gratteri, passato al Siderno Serie C, quella di traditore, la professoressa di Ginnastica fu causa di una rissa perché uno dei Carnuccio le rimproverò di portare le mutandine azzurre (la maglia del Siderno). I terzaliceali sidernari reagirono. Capuleti e Montecchi se le suonarono di santa ragione. Intervennero i carabinieri che usarono le bandoliere come sfollagente.

La carrozza di Zacaré entrava a Locri per la Strada del tribunale. Altre vie d'accesso allora non c'erano. L'edificio a tre piani, imponente per quel tempo, con le sue grandi vetrate che riflettevano i raggi del sole, mi suggeriva l'idea di una maestà urbanistica di cui Siderno non godeva. Locri era più fascista di Siderno - cosa assolutamente normale, in quanto c'erano i comandi dei carabinieri e delle guardie di finanza, il tribunale e gli uffici fiscali - e quindi più italiana. Essendo più italiana, era anche più fascista. O se vi piace di più, l'inverso. In effetti le cose restano le stesse. Il problema è un altro: il compito che lo Stato, teso a diventare Nazione, assegnava alla borghesia locale. Sappiamo dal bel saggio di Salvatore Futia sulle Officine Meccaniche Calabresi, che Michele Bianchi, quadrunviro mussoliniano, le aveva aiutate a nascere. Ma

le Officine non ebbero lunga vita. La Grande Crisi sopravvenuta impose a Mussolini dure scelte. Furono nazionalizzate e messe in salvo le grandi banche e le grandi industrie di Milano, Genova, Torino e Trieste. Al Sud i fallimenti non si contarono. Affondò la Banca di Gerace, le rimesse degli emigrati lì depositate andarono perdute. Affondarono anche le OMC.

A partire dal terzo anno ebbi una bicicletta da grande.

Nelle belle giornate d'inverno e di primavera, una passeggiata mattutina in bicicletta. A sinistra, la scarpata della ferrovia coperta dal verde tenero di un'erba spontanea e già a febbraio da un tappeto violaceo di fiorellini dal gambo grasso e dai cento petali, una varietà di macchia mediterranea oggi completamente estinta (almeno così credo).

Oltre la scarpata, il mare celeste al primo sole, e a tagliare l'orizzonte Capo Bruzzano. A destra gli agrumeti e le vigne, Gerace lontana, battuta in fronte dal sole basso, il Tre Pizzi di Antonimina, l'Aspromente innevato.

Sono passati settant'anni da quel tempo, e il ricordo mi fa sembrare bello persino lo stivale di Maresca.