mercoledì 5 novembre 2008
Enzo Riccio su 350 Bande
Trovo che la lettera dell'amica calabrese, e molti commenti simili che anch'io raccolgo in giro, sia importante e un segnale del fatto che il nostro popolo non ci capisce.
Non solo a noi del Partito del Sud ma anche ai Comitati delle Due Sicilie e agli altri partiti e movimenti...noi tutti dovremmo riflettere su questo.
Giusto per precisare la nostra posizione, fatemi pure aggiungere che noi del Partito del Sud non ci siamo MAI alleati con la Lega ma siamo solo in fase di TRATTATIVA con Alleanza Federalista per la nascita di un soggetto politico autonomista MERIDIONALE per un eventuale accordo ELETTORALE PER LE EUROPEE ...per me solo con un simbolo meridionale potranno andare un buon fine queste trattative. NIENTE E' STATO GIA' DECISO!
Poi se non mi sbaglio anche l'MPA e' alleato nelle elezioni nazionali della Lega e cosa ancor peggiore, soprattutto in Campania e' espressione della vecchia politica clientelare democristiana...vogliamo cambiare qualcosa con Enzo Scotti??? Per non parlare del Cuffarismo in Sicilia...ha vinto le elzioni regionali si...ma a quale prezzo? E cosa sta facendo per la Sicilia? E cosa sta facendo per il SUD che ha inserito all'ultimo momento nel suo simbolo elettorale?
Io sogno un partito meridionalista libero, che non si schiera ne' col centro-destra ne' col centro-sinistra...per arrivare a questo, con le difficoltà delle leggi elettorali attuali, credo che si possano e debbano sondare alleanze elettorali, definendo per bene gli accordi e quali sono i programmi.
Intanto riflettiamo sull'invito all'unità...noi già ci abbiamo provato in passato senza successo, chi vuole andare con Mastella o niente e chi vuole andare con Lombardo o niente...credo che ci dovremo riprovare in futuro.
Enzo Riccio
martedì 4 novembre 2008
TUTELA DEL PATRIMONIO STORICO CULTURALE

Questo è il testo della mail inviata al Sindaco di Castellammare di Stabia, in merito alla tutela del patrimonio storico culturale della cittadina stabiese.
Ill.mo Sig. SINDACO
Questa volta Le scrivo per collaborare fattivamente al continuo buon vivere cittadino che Lei sta garantendo con la sua politica.
Non Le chiederò l’ennesima targa da apporre chissà dove, ma una modifica ad un regolamento ritenuto importante per la conservazione della storia di Castellammare di Stabia.
È superfluo ricordare che Castellammare di Stabia ed in suoi illustri concittadini hanno influito su eventi storici di livello mondiale, e la storia si fa in luoghi che noi ben ricordiamo e che le amministrazioni sono tenute a salvaguardare.
Noi abitiamo a Sud, dove il clima benevolo favorisce lo sviluppo e lo svolgimento degli eventi sociali all’aperto, è questo il vantaggio che hanno trovato i molteplici artisti che dipingevano, componevano e scrivevano le loro opere sfruttando le bellezze di Castellammare di Stabia, va ricordato che lungo il viale alberato della villa comunale Luigi Denza (1846 – 1922) fu ispirato e compose la celebre Funiculì,Funicolà.
Molti sono invece gli esercizi commerciali STORICI che hanno donato alla Nostra città momenti di felicità, condivisa con personaggi di alta valenza storica, voglio ricordare l’esempio de IL GRAN CAFFE’ NAPOLI.
Tra gli assidui frequentatori del “bistrot” Spagnuolo ricordiamo personaggi singolari come il principe di Molitemo, il principe di Sant’Antimo, il senatore Guglielmo Acton, il barone Toscano Mandatoriccio, la contessa Coppola, il marchese Pellicano, l’archeologo Giuseppe Cosenza, l’architetto Eugenio Cosenza, il giornalista Michele Salvati, lo scrittore e critico d’arte Piero Girace, il pittore Vincenzo D’Angelo, l’ideatore dei caratteri dell’insegna del Caffè e lo stesso Luigi Denza.
Mentre tra i forestieri illustri si segnalano Eduardo Scarfoglio e Madide Serao, Jane Grey, pseudonimo di delia Pellicano; Enrico De Nicola, Benedetto Croce, Vittoria Aganoor Pompilj,
Ma tutti questi ricordi da chi sono tutelati?
Esiste a Castellammare di Stabia un albo delle attività commerciali storiche? Viene garantito il divieto di trasformazione della destinazione degli esercizi commerciali storici?
Ho dato una veloce lettura al SUAP di Castellammare di Stabia, e non ho trovato traccia di tali accortezze, quindi in un domani, non tanto prossimo, potrei vedere anche il Gran Caffè Napoli trasformato in una BANCA!E se la politica espansionista delle banche (le ricordo che non esistono banche i cui proprietari siano residenti nel mezzogiorno d’italia) lo riterrà opportuno, nulla potrà vietare di OCCUPARE uno degli ultimi monumenti storici ancora funzionanti della nostra città, ultimo ritrovo della gente per bene di Castellammare che la domenica mattina ama ripercorrere i passi di Raffaele Viviani o di Luigi Denza.
Illustrissimo Onorevole Salvatore Vozza, agisca ora per il bene della sua città prima che gli eventi prendano il sopravvento.
Con stima
Aniello EspositoMAFIA = CAMORRA = MERIDIONALI
Ho inviato questo commento al blog di Orazio,considerato che avete trattato lo stesso argomento,mi sono permessa d'inviarlo anche a lei.Daniela
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Un argomento che mi sta molto a cuore è appunto la mafia. A cuore non perchè favorevole bensì perchè persone ignoranti paragonano la Sicilia alla parola mafia offendendo quindi anche me. In particolare vorrei parlare di "Cosa nostra" e "Stidda", le due mafie più potenti presenti in Sicilia. Cosa nostra è un'organizzazione criminale di stampo mafioso nata in Sicilia la cui origine si fa tradizionalmente risalire agli inizi del XIX secolo ed è messa in relazione all'antico fenomeno del brigantaggio. Con il termine, "Cosa nostra", oggi ci si riferisce esclusivamente alla Mafia siciliana. La Stidda ,invece, è un'organizzazione criminale ramificata in Sicilia, e particolarmente vicino ad Agrigento, Catania, Gela e Siracusa. Le origini della Stidda possono essere fatte risalire allo stesso periodo di quelle di Cosa Nostra, poiché sono comuni a entrambi i gruppi criminali la ragione e il motivo della nascita nell'ambito rurale. A differenza di Cosa Nostra, però, la Stidda controlla territori ristretti e circoscritti e la sua organizzazione interna sembra essere quella di una confederazione di più cosche, senza un rigida struttura verticistica. Mentre Cosa Nostra si evolveva e si modificava, evolvendosi, la Stidda e gli stiddari (o stiddaroli) rimanevano più o meno gli stessi (con poche regole ed una gerarchia semplicissima). Tutto questo finché i corleonesi non salirono ai vertici di Cosa Nostra. La Stidda, per questo, è considerata la quinta mafia.
Attenzione però...nessuno ha detto che essere siciliani vuol dire essere mafiosi!!!
E allora perchè riceviamo insulti da tutta Italia, perchè ci paragonano a quella gentaglia che ha ucciso tanti magistrati? (i 2 che mi stanno più a cuore sicuramente sono Falcone e Borsellino). Come ho detto prima la parola mafia nasce nel XIX secolo. Già allora volti conosciuti (o meglio dire nomi conosciuti) cominciarono a prendere potere nella nostra terra. Se dico Lucky Luciano e Vito Genovese vi viene in mente qualcosa? Purtroppo si! Boss mafiosi che da sempre sono stati difesi e ai quali è stata data l'immunità per insuffienza di prova come per Bagarella, Provenzano e Totò Riina (il boss dei boss). Per parlare di questo fenomeno forse ci vorrebbero anni e anni di studio e centinaia di migliaia di parole. Ma noi siamo solo essere umani, ci limitiamo ad esprimere la nostra opinione (quando ce lo permettono) e siamo i primi a tirarci indietro se sentiamo puzza di bruciato. Noi siamo persone umane, Falcone, Borsellino e chi come loro sono i veri eroi. Persone che hanno combattutto e hanno messo a rischio la propria vita proprio per noi siciliani. E non lamentiamoci se veniamo rappresentati da 3 oggetti sotto forma di statuette con la coppola in testa con su scritto:"Non vedo", "non sento", "non parlo". Non lamentiamoci se un detto nostrano dice:"niente saccio, niente vitti e niente voglio sapiri (non so niente, non ho visto niente e niente voglio sapere). Ma i siciliani non sono mafiosi e lo affermo sempre di più. Non paragonateci agli esseri schifosi che hanno ucciso chi ci difendeva. I siciliani sono persone perbene, come sono perbene i calabresi, i napoletani e i pugliesi. E allora perchè avere paura di noi? Noi combattiamo ma in silenzio, noi cerchiamo di fare qualcosa per migliorare questo paese ma il più delle volte non possiamo. Credetemi quando dico che siamo brave persone.
Daniela
Cara Daniela, io da parte mia avrei mandato a ciclo continuo le immagini di Voi siciliani quando avete manifestato la vostra gioia all'arresto di Brusca, Riina e Provenzano, (ad iniziali piccole perchè i loro nomi non rappresentano niente), invece le emittenti televisive finanziano serie televisive e reality privi di qualsiasi morale, paghiamo il dott. Vespa per la sua continua propaganda di regime.
I media sono sempre stati usati dal vero potere per la propaganda e la contropropaganda di quello che più fa comodo al regime, quindi noi appariamo per quello che lo stato italiano vuole farci sembrare.
Nello Esposito
lunedì 3 novembre 2008
MAFIA - DI NICOLA ZITARA
La mafia
Dal sito www.eleaml.org
Un giornale mi ha posto la seguente domanda:
Che lettura dai del sistema mafioso? Questo sistema di accumulazione illegale di capitale, come s'intreccia, nell'era dell'euro con il sistema legalizzato di accumulazione capitalista? E che problemi porrebbe ad un processo sudico di liberazione?
Suppongo che la risposta possa interessare i lettori di Fora…
Prima dell'ultima Guerra Mondiale, nella Sicilia occidentale e nel reggino calabrese, la mafia (sinteticamente per malavita contadina) aveva uno spazio sociale e lavorativo nelle guardianie dell'acqua per l'irrigazione dei preziosi agrumeti - preziosi non solo per i proprietari, ma anche e forse soprattutto per l'economia nazionale, essendo arance, limoni e mandarini la voce più importante delle esportazioni nazionali. Al tempo del fascismo la mafia era soltanto un problema criminale. Un problema sociale - e non solo nelle zone mafiose- era semmai la netta separatezza tra mondo urbano e mondo contadino. Gli urbani, non solo volevano che i contadini avessero una condizione sottomessa, ma una parte di loro - la piccola borghesia impiegatizia e commerciale - inclinava anche a emarginarli, a tenerli fuori - i forisi.
Nel Dopoguerra il problema criminale diventa secondario. Con la democrazia politica si fa spazio una cultura criminale più tollerante. Cresce invece, nelle zone agricole, la frizione sociale, in quanto il mercato nero, prima, e la più efficace penetrazione dell'economia di scambio nelle campagne, poi, spingono intere falangi di contadini a inurbarsi, per inserirsi nel piccolo commercio. I nuovi orientamenti politici nazionali portano infatti all'eliminazione degli impedimenti precedentemente frapposti alla penetrazione dei contadini nel territorio degli urbani; quelli legali voluti dal fascismo e quelli classisti - invisibili legislativamente, ma molto forti - dell'epoca anteriore. Il nuovo conflitto è alquanto rispecchiato, nello schieramento politico, dalle formazioni estreme: la destra monarchico-fascista a favore degli urbani e il partito comunista a favore dei contadini. Dal canto loro i partiti intermedi - democristiani, socialisti, repubblicani, liberali, socialdemocratici - accettano l'esodo contadino e cercano di mediare le frizioni che esso provoca, con parecchia tolleranza per l'aspetto criminale.
Alla genesi dello Stato repubblicano bisogna riportare anche la rinascita del vecchio clientelismo prefascista. Sul piano elettorale i contadini meridionali hanno lo stesso diritto al voto dei veri cittadini. Anzi negli anni del Dopoguerra sono persino politicamente rappresentati da due partiti: i comunisti, che fanno immaginare la fine dei padroni-redditieri, e la democrazia cristiana che offre i mezzi per la formazione di una la classe di coltivatori diretti. Ma nel corso della Ricostruzione cosiddetta nazionale l'immaginario comunista sfuma, mentre sul versante della formazione della piccola proprietà coltivatrice il processo è lentissimo.
Al Sud, altro non c'è. Di conseguenza, quando l'arcaicità del progetto comunista diviene chiara, i contadini perdono almeno uno dei due punti di riferimento aventi carattere endogeno, essendo, gli altri, delle formazioni politiche nordiste, calate al Sud con programmi fatui ed esotici. Siamo nei primi anni cinquanta. A questo punto comincia la farsa. Il PCI ripiega senza una vera resistenza; la D.C. incalza, ma nel frattempo il suo progetto ruralista viene superato dai fatti, cioè dalla fuga dalle campagne in seguito alla più penetrante diffusione delle merci settentrionali. Messo in difficoltà, il partito cattolico risuscita il modello giolittiano e clientelare di governo del Sud, e lo estende alla campagna.
L'espansione della mafia ha le sue radici in tale passaggio. Per il candidato - regolarmente un urbano - i contadini sono difficili persino da raggiungere; e se raggiunti, contestano, perché l'interessata intrusione d'un urbano fa riemergere l'antica sfiducia e i temi del permanente conflitto. Comprare il consenso del capobastone contradaiolo diventa, allora, per il candidato, un passaporto terragno per ottenere il voto contadino.
Il risultato è positivo (ovviamente per la D.C.) cosicché, dove la mafia è assente o ha una debole presenza, l'eletto fomenta i capibastone perché si prodighino a suscitare imitazione intorno al voto di scambio. I nuovi adepti vengono accarezzati, coccolati. Nel reggino, i gruppi mafiosi che avevano complessivamente la dimensione di qualche migliaio di adepti, passano ad averne decine di migliaia.
Ma cosa riceve il boss campagnolo dal politico? Certo non terra, non siamo più all'assetto feudale. Il candidato può donare solo Stato, spesa pubblica. La sanità ospedaliera non è ancora nata e la Cassa per il Mezzogiorno è solo al decollo. D'altra parte il sistema centrale, se incoraggia il malaffare a livello locale, a livello centrale ha ancora qualche pudore. E', quindi, sui bilanci dell'ente locale che finisce per gravare il costo elettorale. Le opere pubbliche comunali e provinciali diventano la merce di scambio, il premio per i servigi resi. Il piccolo borghese mugugna e mugugnando porta il suo voto alla destra. Il mondo contadino - precipitato in crisi, senza che, però, il sistema offra altra alternativa che l'emigrazione - invece apprezza. Un salario settimanale, per una fatica molto meno pesante di quella agricola, rappresenta un passo avanti, schiude la strada all'inurbamento.
Fatto il primo passo verso i commerci e la cultura del profitto, diventa facile per il boss campagnolo capire l'affare delle bionde, che qualche confratello arrivato dall'America offre. Poi, negli anni sessanta i suoi orizzonti mercantili si allargano. La Cassa per il Mezzogiorno, gli ospedali, le strade che vengono aperte per una più agevole penetrazione delle merci settentrionali, si coniugano meravigliosamente con il voto clientelare. Il partito vincente non è una formazione politica ma il notabile elargitore di appalti. Intanto matura un'altra generazione. Gli appaltini truccati, i subappalti concessi dal grande appaltatore, sempre padano, che si adatta al sistema pur di far quattrini, , mercé l'interessamento del deputato locale, il commercio delle bionde, non bastano a impiegare tutti. Le nuove leve scalpitano; le gerarchie, che in campagna avevano il valore di regole tradizionali, entrano in crisi. Un carattere saliente del mondo borghese, la mobilità sociale, penetra nelle arterie contadinesche. In termini mafiosi siamo ai sequestri di persona, al racket all'americana, alla polverina. La mafia, uscita penosamente dalle riserve contadine di giolittiana e mussoliniana memoria con i buoni uffici del clientelismo politico, arricchisce. Complessivamente il budget è consistente, ma individualmente non va al di là di una ricchezza locale. I boss sono ancora dei paesani. La loro ambizione è d'ottenere il rispetto dei borghesi. Si mettono, così, ad acquistare terre e vi piantano vigne e oliveti; si fanno costruire palazzi signorili, aprono alberghi, spesso lussuosi. I loro figli andranno a scuola per diventare medici e ingegneri. Insomma i figli di Drake, il corsaro, diventano baronetti.
Sulla soglia degli anni Ottanta, quando è ancora vivo fra i contadini il bisogno sociale del riconoscimento borghese, con un po'di sapienza politica - forse - il processo capital-mafioso avrebbe potuto essere rovesciato e - forse - azzerato: il boss proprietario di oliveti, il figlio medico ospedaliero. Alla fine, la cosa sarebbe stata digerita dai borghesi, tanto più che si era verificato un ribaltamento del predominio culturale. La mafiosità, cioè la prepotenza e l'incivismo mafiosi, si era diffusa, come stile negoziale, fra i ceti borghesi. Avvenne invece che il PCI di Berlinguer - non mordendo più nelle campagne, anzi in tutto il settore meridionale del lavoro - decise di cambiare la classe di riferimento. Abbandonato il popolo alla sua secolare dannazione, passa ad amoreggiare con la piccola borghesia.. Dopo la Rivolta di Reggio le sue chiacchiere ventennali non incantano più. Ma cosa portare in dono a una borghesia allo sfascio e senza più ideali? Se non il PCI poteva dare in positivo, poteva dare in negativo. Il numero vincente sulle ruote di Napoli e di Palermo è il disagio dei borghesi sopraffatti dai rustici, la profonda avversione degli urbani verso il contadino invasore.
Quando il PCI decide di passare dall'altra parte, diventa immediatamente il paiolo in cui l'antico odio sociale può cagliare una nuova fermentazione. E' difficile dire se fu una deliberata scelta della direzione centrale, oppure l'insipienza dei quadri periferici - il tema merita approfondimento - fatto sta che l'offensiva contro la mafia si trasformò nell'imputazione di delinquenza alla cultura contadina. Il fatto che la quasi totalità dei magistrati venisse dal mondo urbano, e nutrisse verso i contadini l'avita avversione, fece il resto. Con tutte le morbidezze che partiti e magistratura avevano avute con il malaffare, che coinvolgeva contemporaneamente mafiosi e politici, sparare sulla mafia soltanto - assolvendo pregiudizialmente i notabili e il sistema politico e amministrativo - dette l'idea di una caccia alle streghe, di un'operazione hitleriana, di una notte di San Bartolomeo giudiziaria (i cui nefasti lasciti divennero peraltro nazionali nel caso di Tangentopoli). E infatti molti non accettarono l'idea d'invertire le colpe: di assolvere la politica e di sparare a zero su tutto il mondo rurale e di origini rurali.
Uno di questi spari - la Legge Rognoni-La Torre, ebbe la portata di un disastro sociale. Infatti i mafiosi cessarono d'investire in roba al sole, in piccole cose che in sostanza rianimavano lo stanco spirito d'impresa meridionale. La mafia piantò le sue tende a Milano. L'allarme di Piero Bassetti, al tempo presidente della Regione Lombardia, non allarmò né la banca, né la borsa, né il governo. Pecunia non olet. Quei soldi servivano all'economia nazionale, completamente piegata.
Con Milano come base, i mafiosi hanno impiegato meglio i loro danari, abbandonando ideali familiari appartenenti a un mondo antico, per ideali amerikani. I loro figli non studiano più da medico e da ingegnere, ma imparano le tavole dell'economia bostoniana.
Però la mafia ha bisogno di uomini. Essendo una potenza economica pari a dieci volte la FIAT, usufruisce al Sud di un possesso degli uomini simile a quello della Chiesa, che vince le sue battaglie senza schierare una sola divisione. A entrambe basta condividere il territorio con lo Stato italiano. E' supponibile che Stato e mafia intrattengano un tacito concordato, il quale prevede ciò che la mafia deve dare e ciò che le è concesso in cambio. Il pentitismo, i morti, non sono finzioni, anche se allo Stato servono da alibi; a coprire inconfessabili vergogne, come il berretto a sonagli di Pirandello. Ma la guerra non c'è, ciò che vediamo sono scaramucce. La mafia è ben più vasta. Essa ha copiato il sistema capitalistico di comando, che usa la democrazia come un ballo dei pupi. Non siamo più all'onorata società, gerarchizzata, di sessant'anni fa - un corpo immobile e immobilistico - ma una dinamica ONU del malaffare, con un Consiglio di Sicurezza composto da multinazionali senza sede visibile e con un marchio ignoto (o non noto alla gente comune). Lascia quindi che la plebe mafiosa si sfoghi con i mitra e con i bazooka.
Non le interessa uno scontro con uno Stato italiano, che, volente o nolente, le mette a disposizione le economie esterne necessarie alle sue attività, a cominciare dai clienti, dai committenti, dalle scuole, dai servizi, per finire ai porti, agli aeroporti e alle reti telematiche.
Con l'incalcolabile potenza economica di cui dispone , essa comanda (nel significato che Adam Smith dava alla parola: paga un lavoro a) milioni di meridionali. Oggi tutto il Sud è mafia, e la mafia è tutto quel che il Sud può essere. La sovranità statuale sul Sud non le serve. Ma, se per ipotesi decidesse d'averla, l'avrebbe nel corso di una sola notte. Perché è certamente in condizione di mettere assieme, in ogni paese e città, un plotone di arditi disposti a tutto. Più un corpo di riservisti allargato ai componenti di sette/ottocentomila famiglie. Sicuramente molto, ma molto più delle camicie nere che il 28 ottobre del 1922 marciarono su Roma. Certo, mille plotoni non fanno un esercito. Per avere un esercito bisogna che ci sia la tenda del generale, l'accampamento per i militi, le vettovaglie, un sistema di comunicazioni, la polveriera, la torre con le sentinelle, lo stendardo, ecc. Ma più d'uno ha il dubbio che abbia già provveduto a queste cose, magari stanziando all'estero tutta la sua logistica.
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Tutto ciò premesso, rispondo alla domanda. Se l'Europa ha accettato l'Italia, vuol dire che ha accettato anche la mafia. Con le sue attività illecite, la mafia tiene legato economicamente, socialmente, militarmente, il Sud all'Italia. La sua funzionalità per l'esportazione delle armi serve a tutti i grandi paesi di Maastricht. I dollari che incassa rappresentano una voce attiva nella bilancia europea dei pagamenti, specialmente in una fase di euro calante. Semmai, per l'Europa, il pericolo è che essa cambi banche. Ciò ulteriormente chiarito, va da sé che, se il Sud vuole liberarsi dalla mafia, deve liberasi dall'Italia e dall'Europa. Eliminato il doppio gioco, sarà possibile, anche se non facile, battere la mafia. Come? Se provocata, la mafia è pronta alla guerra, quindi non c'è altro mezzo che la guerra.
Nicola Zitara
BRIGANTI A ORTA NOVA
ORTA NOVA
Mostra e Conferenza
Sabato 8 novembre 2008, alle ore 16.00, presso il Palazzo ex Gesuitico di Orta Nova (FG), su iniziativa dell’Associazione Culturale “ Le Nove Muse ” e con il patrocinio del Comune sarà allestita la Mostra Itinerante sul Brigantaggio. Alle ore 19.00 si terrà una conferenza sull’argomento secondo l’unito programma.
Tutti i compatrioti ed interessati sono invitati.
Cap. Alessandro Romano
domenica 2 novembre 2008
I NOSTRI PRODOTTI
aro Ministro Zaia
sono una agronomo, ma al contenpo un agrumicoltore, e discendo da famiglia di agrumicoltori.
Faccio la professione da 24 anni, e da 29 coltivo arance, le tanto bistrattate arance siciliane, che tutti amano, ma che ci stanno portando economicamente alla rovina, perchè nonostante gli elevati prezzi di vendita al consumo, a noi vengono pagate a prezzi irrisori.
L'anno scorso anche fra i 5 ed i 7 centesimi al chilo.
Sì ha letto bene! 5-7 €urocent al chilo.
Mi rammarico, però, del fatto che Lei sia poco attento alla questione, ma la vedo assai impegnato, invece, nella tutela (come è anche giusto che sia) dei prodotti della Sua terra.
Vorrebbe, per favore,dare un pò più di "conto e retta" alle problematiche di noi agricoltori del sud?
Corrado Vigo
Trecastagni,2 novembre 2008
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A mio modestissimo parere, quello che può sembrare una manna piovuta dal cielo, la GDO (Grande distribuzine organizzata) è la vera rovina dei produttori, non solo le arance ma anche le mele o le patate che per avere una resa migliore ed un ciclo più breve vengono trattate con i diserbanti, tutto questo per poter meglio servire la GDO che ti impone i prezzi di acquisto in un mercato caratterizzato dall'oligopoilio di poche centrali d'acquisto.
Bisogna ridurre le esposrtazioni verso le grandi società, riattivare e/o investire nei mercati cittadini, (vero polmone dell'economia nelle citta europee), e diffondere la cultura della periodicità dei prodotti dell'orto, argomento quest'ultimo in cui potrebbe essere utile il lavoro di Corrado Vigo
IL FRIGO VECCHIO? PUOI BUTARLO PER LE STRADE DELLA TOSCANA!
Da una segnalazione inviatami dal mio amico Niola Longobardi
Via libera al decreto legge sui rifiuti
Bertolaso: «Arresto per chi li abbandona»
ROMA (31 ottobre) - Chi abbandona rifiuti “ingombranti” (lavatrici, materassi, ecc) se colto in flagrante potrà essere arrestato: lo prevede il decreto approvato oggi dal Consiglio dei ministri che vale però solo per la Campania.
Lo ha annunciato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Guido Bertolaso. «Con questa norma - ha spiegato - chi abbandona rifiuti pesanti in strada rischia da 6 mesi a 3 anni di reclusione e, se colto in flagrante, può essere arrestato».
Commento :
“Da loro lo statuto albertino e da noi la legge pica”
Nicola longobardi
Cds sezione C/mare di Stabia.
sabato 1 novembre 2008
ODIO RAZZIALE???!!!
Riprendo dal blog http://loradelvespro.blogspot.com/ ....
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Sulla tanto decantata dominazione araba in Sicilia Dal blog A Rarika, riporto un analisi storica "contro corrente" della dominazione araba in Sicilia. Analisi realizzata e pubblicata da Forza Nuova Palermo:
La dominazione araba in Sicilia
Qui riporterò solo un passaggio:
Esemplare fu l’uccisione del siracusano Niceta di Tarso, acerrimo nemico del Profeta di Allah e dei suoi seguaci. Catturato con molti altri nella chiesa del San Salvatore, fu scorticato dal petto in giù e gli venne strappato il cuore quindi si accanirono ulteriormente su di lui finendolo a morsi e a colpi di pietra...
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In seguito alla mio post con il documento storico in questione,ho ricevuto-l'ha ricevuto anche il blog che l'ha ripreso-questo "commento":
"E' veramente vomitevole la pubblicazione di questa "analisi storica contro corrente".
Ma come fate,"L'ora del Vespro" e Orazio Vasta,a propagandare l'odio razziale-non è un caso che la pubblicazione in questione è di Forza Nuova-contro gli arabi per il solo fatto che sono islamici e non cattolici?
E'vomitevole!
Francesca Rapisarda"
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Francesca Rapisarda,come dici di chiamarti nell'anonimato dell'e-mail,su una cosa siamo perfettamente d'accordo:
E'vomitevole!
E'vomitevole accusarmi di "propagandare l'odio razziale"!
Ma,tu mi conosci?
Hai mai letto quello che scrivo?
Hai letto il documento storico che liberamente ho deciso di pubblicare sul mio blog.
Oppure,ti è bastato sapere che era stato realizzato da Forza Nuova per bollarmi con l'infame marchio di razzista anti-arabo?
E'vomitevole questo atteggiamento irrazionale,isterico,
perdente,colonizzato di chi pretende di sentenziare verdetti finali senza sapere di che cosa stiamo parlando!
Ma la conosci la storia della Sicilia,tu che,da come ti firmi,dovresti essere figlia di questa Terra?
Hai mai sentito parlare della dominazione araba in Sicilia? Sai che significa DOMINAZIONE?
Ho pubblicato il documento di Forza Nuova perchè è un contributo per capire quel periodo storico della mia Patria-la Sicilia,ovviamente!-con una storiografia,fin troppo "di parte",che ha trasformato la DOMINAZIONE araba in una sorta di EDEN per la Sicilia e i Siciliani.
E' vomitevole che,invece di discutere il documento,Francesca Rapisarda,liquidi me e "L'ora del Vespro" con la bolla dell'odio razzistico!
E' vomitevole!
Orazio Vasta
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Fino alla lettura della mail di Francesca Rapisrda, non avevo ancora avvertito un pericolo di diffusione di senso di odio razziale. dunque mi chiedo chi è che diffonde odio razziale?
Le fazioni destra e sinistra, rosso e nero, sono stupide mentalità diffuse da chi vuole creare odio e gestire senza distrazioni i propri progetti di accrescimento del potere. Finchè ci saranno persono pronte ad offendere e mettere in cattiva luce un proprio fratello perchè appartenente o simpatizzante di una opposta fazione, non ci potrà mai essere una crescita sociale.
Questo è il mio parere.
Nello Esposito
VASTA SU 350 BANDE
Prima di tutto,per essere chiaro e chiari,sgombriamo il dibattito dalla presenza delle S.a.r. borboniche,perchè la storia del Sud,della sua oppressione e della sua resistenza,non dev'essere confusa con la storia del "Regno".
Idem per la sua rinascita.
Anche perchè non bisogna dimenticare o omettere che il rapporto dei popoli meridionali e del popolo siciliano con il "Regno" non è stato tutto baci e abbracci.
La Sicilia,che ha sempre rivendicato la propria indipendenza,è stata teatro di repressioni feroci da parte dei borboni...
Ciò,ripeto,per chiarire che la NOSTRA storia,la storia dei meridionali e dei siciliani, non è la storia dei borboni...
Ammesso che siamo d'accordo su questa "separazione" oggettiva della storia,mi permetto di esprimere il mio pensiero sull'intervento di "Praia a Mare",che sintetizzo in questa (sua)frase:"In cosa hanno fallito i Briganti? Forse proprio nel coordinamento unitario? Forse nella più squallida forma di individualismo e sete di potere? Forse nella filosofia del meglio un uovo oggi che una gallina domani?" .
"In cosa hanno fallito i Briganti?"
Perchè i Briganti credevano realmente di vincere la battaglia conto l'invasore savoiardo?
Pensiamo realmente che i Briganti,dai capi all'ultimo combattente,credevano di riuscire a liberare il Meridione?
I Briganti non hanno fallito,per il solo fatto che sono stati un atto di ribellismo.
I Briganti sono stati,fra mille contraddizioni,un movimento armato così eterogeneo,che non poteva mai avere un "coordinamento unitario".
Oltretutto,i Briganti erano dei ribelli,non erano dei rivoluzionari.
Non rispondevano a nessun Cln.
Non erano politicizzati.
I Briganti erano il ribellismo sociale fine a se stesso,altro che "fallimento".
In un certo senso,oso dire che i Briganti sono stati dei kamikaze,che usavano il loro corpo come una bomba,coscienti,senza saperlo,che l'unico atto per non essere cancellati dal dominatore italico era quello di morire come Brigante.
E questo è fallire?
No,i Briganti non hanno fallito.
Hanno vinto!
Quei ribelli hanno segnato con il loro martirio il confine fra chi a Sud sta sempre e ovunque dalla parte del potere - "CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NIENTE" - e chi non accetta di perdere la propria "faccia" e non sposa mai "la filosofia del meglio un uovo oggi che una gallina domani" .
Cordialità,Orazio Vasta
Alla fine anche Il mio amico Orazio ha risposto, se pur attenendosi alla sola parte storica della domanda, ma ha risposto.
Cercavo risposte da tutti i meridionalisti, ma forse sono impegnati a preparare discorsi o cercare il miglior ritorno dagli apparentamenti politici.
Ma comm a vulimm vincere sta guerra!
Grazie ao Orazio, Nicola, i CDS (che sono gli unici che hanno risposto) e a quanti questi post hanno dato almeno modo di pensare.
Carmine Spera a Verdinote

Sono fiero di avere fra i miei amici Carmine Spera, che si impegna constantemente per la realizzazione di piccoli momenti di felicità dedicati ai bambini.
Il video della canzone scritta da Carmine Spera presentata al festival Verdinote tenutosi a Battipaglia (SA)
