mercoledì 23 settembre 2009

FINCANTIERI – UN DESTINO SEGNATO O SEGATO?

(nella foto risposta dellafincantieialla mia richista di aporre un targa commemraiva inonore a Ferdinando IV di Borbone fondatore dei Cantieri Navalidi Castellammare di Stabia)


“Stabiesi, un popolo di marinai e costruttori di navi” così veniva chiamato una volta il popolo di Castellammare di Stabia, ma ora non più.
Castellammare di Stabia, la Leningrado dell’Italia del sud, prima è stata depredata del suo mare, diventato, grazie alla camorra locale ed a quella di stato, una fogna a cielo aperto, poi, come da circa 150 anni, siamo minacciati dallo stato anche di perdere lo status di costruttori di navi.
Perché è lo stato a lanciare questa minaccia?
È giusto ribadire, senza essere anacronistici, che i Cantieri Navali di Castellammare di Stabia, nei secoli passati hanno reso la marina del Regno delle Due Sicilie motivo di vanto e potenza internazionale, per poi essere passata ad officina secondaria di un sistema statale che da 150 anni ha concentrato le attenzioni sullo sviluppo dei cantieri navali sorti nel settentrione d’italia; interesse che ancora oggi porta commesse e ricchezze al nord, deserto e CIG al sud.
Senza scavare nei libri di storia, si può analizzare la vita degli ultimi anni della società controllata da Fintecna, finanziaria del Ministero dell'Economia
Dal 70 ad oggi
Dopo aver superato, grazie all’onnipresente papà-stato pressato dai coordinamenti cittadini capitanati dai sindaci delle città-cantieri, la crisi energetica degli anni ’70, la fincantieri si ritrova a ridosso degli anni 90 a dover combattere la concorrenza dei cantieri sudcoreani, che grazie alla manodopera a basso costo incrementavano notevolmente le commesse prima destinate ai cantieri europei.
Inoltre, le ristrettezze finanziarie dello stato e della marina militare italiana, chiudono i rubinetti degli aiuti di stato, ed è in quel periodo che la società riorganizza ed innova il suo prodotto, puntando sulle navi da crociera.
Ma la nuova produzione viene concentrata solo su due cantieri, Monfalcone e Marghera (manco a dirlo cantieri del nord italia). L’azienda entra di nuovo in crisi, questa volta per il troppo lavoro, ma anziché estendere la produzione di navi da crociera agli altri cantieri, aumenta l’utilizzo delle ditte esterne con la perdita di qualità e ritardi della consegna delle navi.
La fincantieri è diventata pesante per essere gestita con criteri di azienda statale, quindi per agevolare il passaggio alla privatizzazione, facendo capire che è l’unica ancora di salvezza, nel 2005 i vertici aziendali modificano la loro mission, e con le nuove nomine vengono privilegiati gli aspetti finanziari a quelli industriali.
È bene far notare che nonostante il costo del lavoro in italia sia più basso rispetto ai paesi industrializzati europei (francia, germania, Inghilterra) gli armatori italiani non sempre si affidano alla fincantieri per costruire le proprie navi, lampante l’esempio della MSC Splendida (battente bandiera panamense) costruita nei cantieri navali francesi STX Europe di Saint Nazaire.
La strada della privatizzazione
Come privatizzare un azienda statale senza incorrere negli inconvenienti avuti con il difficile passaggio già percorso dall’ALITALIA? Creando i presupposti per attirare gli investitori.
IL FATTURATO della fincantieri, viene incrementato nell’ultimo periodo grazie soprattutto alla produzione di navi da crociera (infatti l’azienda detiene il 50% del fatturato mondiale in questo settore);
LA CAPACITA’ PRODUTTIVA della fincantieri, viene garantita dalla struttura aziendale, e dagli investimenti che l’azienda intende fare per ampliare la stessa. Già nel gennaio 2007 l’azienda ha annunciato l’intenzione di comprare un cantiere in Ucraina, avendo così a disposizione una produzione LOW COST, inoltre la recente crisi occupazionale, porta lo stato, per rispondere ai gridi d’allarme lanciati dai sindacati-sindaci-politici locali, ad investire nei singoli siti produttivi italiani fondi per incrementare le strutture e creare nuove opportunità produttive.
LE RISORSE UMANE (nodo al pettine della trattativa ALITALIA) della fincantieri sono sempre in numero inferiore rispetto all’anno precedente, questo grazie al ricorso agli appalti esterni ed alla delocalizzazione delle produzioni nei cantieri LOW COST (episodio già verificatosi nel 2005 con la produzione di una piattaforma petrolifera costruita a Palermo il cui scafo è stato realizzato in un cantiere a basso costo di manodopera). Infatti, se si prende in esame il 2008, l’azienda non ha garantito un turnover di operai, riducendo tale risorsa di 259 unità rispetto al 2007 (anche se sono aumentati i dirigenti+3, i quadri +23 e gli impiegati+60).
Cantiere Navale di Castellammare di Stabia
La strada statale sorrentina bloccata ed una città con il traffico impazzito, questo è quello che lega Castellammare di Stabia al nome fincantieri nell’ultimo periodo.
La mancanza di commesse, e l’ombra della Cassa integrazione, ha scatenato gli operai dell’azienda e delle ditte dell’indotto, ad azioni di proteste, che non sono passate inosservate ai politici locali.
Le richieste di questi ultimi, sono state accolte dalle amministrazioni regionali, e saranno sicuramente accolte da quelle nazionali. Ma quali sono le richieste?
Fondi per gli ammortizzatori sociali, un bacino di carenaggio, e la sicurezza di nuove commesse.
L’aspetto umano porta a giudicare queste soluzioni le migliori per i tanti lavoratori su cui pesa la minaccia di non poter portare a casa uno stipendio, ma è sul futuro dei cantieri stabiesi che ci si deve concentrare per poter garantire lo status di costruttori di navi agli attuali e ai futuri maestri d’ascia.
Le soluzioni transitorie garantiscono ai politici i tanti agognati consensi, ma ribadiscono la dipendenza all’assistenzialismo statale; le richieste vengono avanzate senza considerare un progetto per la salvaguardia del patrimonio industriale strategico di Castellammare di Stabia, mancano infatti le analisi del rapporto tra azienda e mercato, questo assoggettato alle decisioni prese dalla sede centrale di Trieste.
Anche il bacino di carenaggio, (la Regione Campania ha stanziato 300.000 euro per il solo studio di fattibilità, poi occorreranno altri fondi per il progetto, ed altri per la realizzazione), destinato al refitting (lavori di trasformazione ed allungamento del ciclo di vita delle navi), rientra nelle attività che l’azienda da anni svolge all’estero, (attività consolidata in Germania).
Quindi mi chiedo, la realizzazione del bacino di carenaggio, serve ad incrementare la capacità produttiva o ad elevate la produttività del sistema fincantieri?
Nello specifico, si creano i presupposti per attirare capitali privati o si cerca di garantire lavoro agli operai anche in assenza commesse per la costruzione di navi?
Lo scorso 17 settembre, in occasione del varo dalla nave Carnival Dream a Monfalcone, l’onorevole Bossi, prensente alla manifestazione ha dichiarato “il Nord.Est ha la forza per uscire dalla crisi, ma avrebbe bisogno di una spinta”, tra i presenti c’era anche (giustamente) il presidente della Carnival, principale artefice dell’incremento del fatturato fincantieri, il quale ha gelato tutti dichiarando di non avere intenzione di costruire nuove navi; gli fa eco Bono (AD Fincantieri) confermando che dal 2008 non firmano nuovi contratti.
Lo stesso Bono, in visita a Castellammare dichiarò che bisogna organizzare una ridistribuzione delle commesse in tutti i cantieri dell’azienda.
Dinque l’aiuto che Bossi chiedeva, è rappresentato dalla proposta di legge per la rottamazione dei traghetti? E quanti di queste nuove commesse-aiuti di stato saranno realizzati sull’unico scalo del cantiere stabiese? e quanti sui megacantieri presenti nel nord italia?
Conclusioni
I cantieri navali di Castellammare di Stabia esistono da 226 anni, eprima di essere un bene dello stato italiano, Sono e devono restare un bene del popolo stabiese.
Nell’ipotesi, sempre più concreta di una futura privatizzazione, i cantieri navali stabiesi, possono avere due strade profondamente diverse fra loro: o ridiventare un punto di riferimento della produzione navale o l’abbandono e la chiusura, ma questo dipende dalla capacità produttiva che il cantiere potrà garantire nel momento del “trapasso”, quindi ben venga la realizzazione del bacino.
Ma se il cantiere sarà ancora un ramo produttivo del ministero dell’economia, bisognerà agire politicamente sulla trasformazione della società e sull’organizzazione della stessa. Finchè gli accordi commerciali, logistici e produttivi saranno privilegio della sede di Trieste, il cantiere, pur incrementando la produttività resterà sempre un officina di produzione, nel dimenticato Sud italia.

Nello Esposito

martedì 8 settembre 2009

commenti

Di seguito PUBBLICO due commenti ricevuti in risposta al mio post MPA si MPA no.
è bene precisare che il mio blog non è una testata giornalistica ne si vanta di avere lettori, ma è un DIARIO di una persona, vittima dell'amore per la propria famiglia con la quale ama trascorrere dei sani e rigeneranti fine settimana ed ostaggio della propria professione che durante la settimana può sottrarre tempo alla gestione del mio DIARIO, quindi non vi amareggiate inutilmente se non pubblico ISTANTANEAMENTE i vostri commenti, ho imparato a classifcare le priorità del mio esistere, e la gestione del mio blog non è fra le prime posizioni.
Preciso che io ho un mio pensiero, una mia vita, una mia evoluzione, come la luna, ed essere parte dell'universo CDS ed etichettato come satellite, non sempre significa "copia ed incolla" o "linkare" ma rende solo merito alla bontà del progetto CDS.




Penso possa interessare ai nostri lettori un articolo di Nello Esposito sul tema MPA apparso sul blog "Nazione delle Due Sicilie" lo scorso 3 settembre (uno dei tanti blog "satellite" dei CdS):
http://nazionedelleduesicilie.blogs...
Il nostro commento (che come la maggior parte dei commenti, secondo il costume dei blog dei CdS & Co., non è stato pubblicato) è stato:
"Trovo interessante il tuo post, ma contraddittorio. Non mi pare corretto -secondo me- mettere sullo stesso piano i soldi che la Lega Nord passa all’MPA (che peraltro riceve contributi statali come tutti gli altri partiti) con i finanziamenti che sindaci e amministratori ricevono dallo Stato (e non potrebbe essere altrimenti, finché rimane la struttura unitaria), tra l’altro accetti acriticamente la storiella della lega che i soldi sono solo al nord (dopotutto anche al Sud paghiamo le tasse, che vanno poi allo Stato, e che vengono poi da questo ripartite). Se parliamo di soldi "privati" allora la cosa che dici ha piú senso.Per concludere, massimo rispetto per Zitara, però senz’altro trovo peculiare il tuo disprezzo per chi specificatamente non condivide il suo appoggio per l’MPA. Possiamo tutti avere idee diverse, ma certamente nessuno è al di sopra delle critiche (e non mi riferisco in particolare a Zitara, che stimo e apprezzo da sempre). Del resto tu stesso mi pare avanzi delle critiche, legittime. Sarai d’accordo che certamente non ne hai l’esclusiva, come sembri pretendere. Stammi bene."

Salernoborbonica ha detto...
Caro Nello, ho letto attentamente il tuo post. Devo dire che ho rinscontrato in alcuni passaggi un pò di confusione , confusione forse dettata dall'amarezza, malcelata, per gli ultimi avvenimenti che hanno interessato il caro Professore Zitara.In effetti, quello che, in questi giorni, ha declamato il vecchio esponente del Meridionalismo Indipendentista, non può che definirsi, Revisionismo politico, che, in questo particolare momento, stride con quello storico risorgimentalista che, sempre di più, si sta facendo strada, col risultato di far avvicinare più persone alla nostra causa INDIPENDENTISTA, in un contesto storico politico di confusione e di attesa. La lentezza o la staticità dell'intero movimento Meridionalista Indipendentista che,a causa di ciò. stenta a trovare quel percorso comune, fatto di lotta e di rivendicazioni che porti ad un pronto riscatto il nostro amato Sud, ne fa da cornice. Ora, a fronte di questa analisi, opinabilissima, viene spontaneo chiedersi: Ci sarà mai per noi MERIDIONALI un FUTURO, affrancato dalle logiche politiche affaristiche dell'attuale classe politica del "Sudd", oppure ci dovremo accontentare, assistendo, come sempre e passivamente come vittime sacrificali, alle solite"mezze vittorie" che, notoriamente, non porteranno ad alcun cambiamento?Saluti, Elio Ferrante

giovedì 3 settembre 2009

mpa si, mpa no - Nello Esposito

Negli ultimi giorni si intensificano i messaggi pro o contro MPA, pro o contro ZITARA, pro o contro tutti quelli che si affiancano al partito di LOMBARDO.
Voglio premettere che allo stato delle cose, io non posso credere in un partito come l’MPA che, almeno nella mia città ha raccolto tutti i diseredati della maggioranza e gli invidiosi e vogliosi di una carica che l’opposizione non gli ha garantito, e comunque sono sempre gli stessi nomi che questa volta si sono riciclati in un partito, l’MPA, pur non condividendone il progetto, le ideologie o peggio ancora, non conoscendo la magnifica storia di CASTELLAMMARE DI STABIA nell’epoca preunitaria, persone che credono nel tricolore, insomma gente che di indipendentismo non ne sa un cavolo.
Credo che Raffaele Lombardo oggi ha il compito, dopo che fra i partiti TERRITORIALI è quello più conosciuto nel meridione, di modificare la formazione della propria squadra scegliendo gli elementi non in base al portafoglio consensi, ma sulla base di un progetto territoriale ed indipendentista, diversamente può anche rinominare il suo partito in DEMOCRAZIA CRISTIANA.
Ma non posso condividere quanti hanno criticato il prof. Zitara che dopo anni di incazzature sul tema meridionalismo ha elogiato e condiviso l’uomo ed il progetto di Lombardo, neanche posso condividere quanti credono di parlare dal pulpito della purezza di ideali quando criticano chi si schiera con questo o quel movimento che non sia quello da lui scelto.
Addirittura adesso nascono indagini sui finanziamenti che l’MPA ha ricevuto dai partiti del nord!
Quanti di noi non ricevono soldi dal industrie enti o forze armate che sono il simbolo della colonizzazione italiana?
Se io fossi un sindaco, un assessore, un pensionato, un dipendente delle forze dell’ordine, potrei essere criticato se spendessi i miei risparmi per la mia gente e la mia terra? No. Eppure anche quelli sono finanziamenti presi dal nord.
L’alternativa sarebbe chiedere finanziamenti alle industrie del sud… e addò stann!!!
Vi svelo un segreto, oggi i soldi stanno solo al nord, e senza denar nun se cantano messe.
Nessuno vieta a nessuno di poter avere idee diverse su come perseguire un causa, ma se parliamo della stessa causa, NESSUNO deve criticare NESSUNO, è un inutile lotta che distrugge quello che non siamo mai riusciti a creare, un fronte non compatto, e neanche omogeneo, ma che almeno vada nella stessa direzione.
Tanti hanno sperato nello scioglimento dei CDS (per motivi di divisioni interne o per qualche grave lutto), molti ancora attaccano questo movimento, ed in tutta onestà non vedo altro fine se non quello del dividere per comandare, o almeno contare qualcosa.
Esprimo solidarietà nei confronti di Zitara, e disprezzo per chi attacca lui e quanti come lui esprimono le loro scelte politiche continuando a lottare per la propria nazione!Nello Esposito

mercoledì 2 settembre 2009

straordinarie follie

Il 22 agosto migliaia di persone sono rimaste bloccate nella stazione FS di Battipaglia perché un incidente aveva bloccato l’UNICA linea che collega il Sud con Napoli, fra quelle migliaia di persone c’erano i miei genitori che insieme ai loro bagagli portavano anche il peso dell’età e dei problemi di salute, pesi che li portarono a scegliere di viaggiare con il “comodo e conveniente” treno.
Parallelamente un mio caro amico, fissato con l’ecologia, ha deciso di andare in Sicilia utilizzando il treno, il suo ricordo? Da Palermo a Messina 10 ore di treno, per poi restare bloccato anch’egli a Battipaglia per 6 ore… trasformando il suo rientro in un incubo durato un eternità!!! E fra le risate mi ha detto “certo se c’era il ponte a Messina avrei risparmiato mezz’ora!”
Questi sono i risultati che la politica dei consensi ha provocato negli anni, ed ancora è destinata a provocare.
Un capo di stato, un governatore di una regione, un sindaco di una città, coadiuvati da una opposizione che recita perfettamente il proprio ruolo a discapito delle proprie ideologie partitistiche, programmano una gestione ordinaria dei propri consensi, unico bene a cui non possono rinunciare.
In ogni paese si può riscontrare il disinteresse alla quotidianità da parte delle amministrazioni, ma in ognuno di questi paesi ci sarà sicuramente un MEGAOPERA PUBBLICA in costruzione.
Castellammare di Stabia non è immune da questo tipo di politica.
Basterebbe rendere accettabile un paese per aumentare il grado di soddisfazione dei cittadini, ma questo difficilmente porterebbe consensi al sindaco, o almeno ne porterebbe meno di quanti ne possano dare la realizzazione di grandi opere, ma le grandi opere devono essere fatte da grandi uomini, diversamente si allargherebbe ancora di più la grave ferita che Castellammare ha subito negli anni.
Poco importa se le strade del centro storico sono infestate da topi e vivono nella totale illegalità, perché i soldi che potrebbero renderle più vivibili, l’amministrazione ha deciso di spenderli nella ristrutturazione delle due piazze che queste strade collegano.
A nord ed a Sud la costa stabiese è a 5 stelle lusso, da una parte un albergo superlussuoso, dall’altra un porto turistico (inaccessibile agli stabiesi), nel mezzo ci sono chilometri di spiaggia libera inaccessibile per questioni igienico sanitarie ed un mare di un bel verde acido.
Si ristruttura la Reggia di Quisisana, ma la strada per arrivare in questo meraviglioso posto è costellata da una miriadi di venditori ambulanti.
Si ripavimentano le strade del centro e nei pressi del comune, abbellendo la fonte di guadagno dei parcheggiatori abusivi che operano anche a 10 metri dal municipio!!!
Si spendono soldi per organizzare una festa estiva in Villa Comunale senza vedere che nelle aiuole del lungomare ci sono ancora i coriandoli che i bambini si sono lanciati a carnevale.
La lista potrebbe continuare, ma si riduce se si sintetizza il programma di azione dell’amministrazione: niente quotidianità ma SOLO spese eccezionali.Questo trova conferma nel botta e risposta recentemente apparso sui giornali: i cittadini protestano per i motorini che circolano all’interno del cimitero; il Sindaco risponde “pronti 1 milione e 400mila euro per la ristrutturazione del cimitero.

mercoledì 5 agosto 2009

risposta dal parlamento europeo - SAVINI

A(2009)17107ST/aml Egregio Signore, Rispondo al Suo messaggio elettronico indirizzato al Parlamento europeo (PE) in cui manifesta considerazioni personali sull'operato di un parlamentare italiano, l'On. Matteo SALVINI, chiedendosi se lo si possa deporre dall'incarico. L'On. Salvini é già stato parlamentare europeo dal 20 luglio 2004 al 7 novembre 2006, in qualità di membro dei Non iscritti per la Lega Nord per l'Indipendenza della Padania. L'On. Salvini é attualmente consigliere comunale di Milano (dal 1993), segretario provinciale della Lega Nord (dal 1998) e parlamentare alla Camera dei Deputati nella circoscrizione Lombardia 1 (dal 2008). L'episodio da Lei evocato, video ripreso nel corso della festa di Pontida 2009, rientra nell'ambito dell'immunità parlamentare e dell'insindacabilità di giudizio (i deputati non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse, come sancito dalla stessa Costituzione italiana). Tuttavia, l'immunità è concessa al parlamentare in virtù della sua carica pubblica. Qualora egli decada dalla carica, mentre rimane ferma l'insindacabilità relativa al periodo in cui era nell'esercizio delle funzioni (quindi, in sostanza, per le opinioni e per i voti che ha espresso nella sua qualità di parlamentare), cessa la cosiddetta inviolabilità ed il soggetto può tornare a subire i provvedimenti in precedenza soggetti ad autorizzazione.

La "Semplificazione" delle stronzate

Qualche giorno fa un mio amico mi ha accusato di avere un ideale separatista, dicendomi “l’italia è una ed indivisibile!”, mi viene da ridere rileggendo questa frase.
Il sud è VITTIMA di un governo, formato da inetti che in un paese normale, difficilmente avrebbero credito; ma la colpa di tutto questo non è loro, che seppur IDIOTI hanno lavorato per essere eletti e ci sono riusciti; Infatti la colpa e di quegli italiani che, con il proprio voto, hanno permesso all’attuale classe politica di sparare cavolate ogni giorno. Il popolo italiano, e particolarmente quello MERIDIONALE non è capace di decidere cosa è meglio per il loro territorio, questo è la vera crisi politica, e personalmente non vedo cenni di miglioramento.
L’ultima cavolata del ministro (e dico ministro!!!) Calderoli, è la gabbia salariale.
La stupidità dell’affermazione non merita di essere commentata, merita invece una piccola osservazione il papocchio banca italia, che ora si mette a fare pure le statistiche!!!
Quello che incide drasticamente sul costo della vita al sud, è il costo per l’affitto della casa!!!
Ma banca italia basa i risultati del rapporto su numeri certi, derivanti dai versamenti che transitano attraverso i circuiti bancari; riferendosi a tali dati, si nota un gap spianato per i servizi/prodotti standardizzati in tutta italia, come per esempio la quota mensile che si spende per l’abbigliamento o per gli alimentari, o addirittura pagamenti superiori per servizi tipo assicurazione auto, (parliamo di circa 34 milioni di auto circolanti nel sud italia) mentre la differenza si nota sulle voci autocertificate dai cittadini.
Mi spiego.
Credo che sia consuetudine dei contribuenti del nord dichiarare redditi inferiori a quelli reali, così come sia normale prassi registrare contratti di fitto a canoni dimezzati da parte dei proprietari di appartamenti al sud!
Quindi le differenze certe riscontrate nel rapporto bancaitalia sono minime ed irrilevanti, ma dare una notizia del genere, agli amici leghisti, non avrebbe sortito l’effetto desiderato, e dal momento che alla lega può interessare anche il peso degli escrementi che gli animali domestici producono al sud, rispetto a quelli del nord, ecco servito un valido pretesto per sottolineare la necessità di dividere ulteriormente questo paese di merda che è l’italia, il costo della vita al sud è inferiore rispetto al nord!
Quindi caro “amico mio” io stesso non riuscirei meglio di questi idioti a dividere il paese!

lunedì 27 luglio 2009

Ma dove sono finiti gli italiani?

Sembra che la frase di d'azeglio sia stata una montezumiana maledizione per la neonata nazione italiana.

A distanza di quasi 150 anni l'italia è divisa in zone il cui popolo pur modificando la propria identità non si sentono ancora oggi italiani.

Questo assurdo progetto politico di voler, a tutti i costi, unire sotto il massonico tricolore popoli appartenenti a culture diverse, oggi sta mostrando ancora più di 150 anni fa i propri limiti, questi amplificati dalla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, ci mostrano che gli italiani sono un puro prodotto di propaganda.

Nelle zone del confine nord, la popolazione ha mantenuto la propria lingua i propri ideali di terra non appartenente all'italia, gruppi politici che in ogni amministrazione eleggono i rappresentanti delle proprie terre al governo romano, quasi a sottolineare il loro status di colonia.

Poi ci sono le zone che hanno trovato enormi vantaggi economici e di sviluppo dall'unione nazionale, come il piemonte o la lombardia, che pur non avendo una storia identitaria precisa, oggi si elevano a nazione indipendente e trainante per la retrograda restante parte della nazione.

Ancora ci sono popoli che hanno conservato la propria identità, minacciata solo dalle necessità economiche imposte dal governo romano, questi come la Liguria, o il Veneto, conservano orgogliosamente la propria lingua e i propri stemmi, e mai si sentiranno pienamente italiani.

Poi ci siamo noi, i meridionali, gli abitanti dell'ex Regno delle Due Sicilie, che vittime della propaganda d'azegliana ci siamo imposti di essere italiani, rinunciando a secoli di storia, di indipendenza, rinunciando alla nostra lingua ed ai nostri stemmi, lo abbiamo fatto per volere massonico-romano.

Insomma, i valdostani sono valdostani, i veneti sono veneti, i liguri sono liguri, i trentini sono trentini, i lombardi sono padani, e noi meridionali siamo gli unici che DOBBIAMO essere italiani?

Capita che qualcuno si ribelli a questo senso di abbandono, alzi la voce per dire che si sente preso in giro da d'azeglio in poi, ma allora e SOLO ALLORA, i veneti, i lombardi, i valdostani diventano italiani, per dirci che non dobbiamo lavorare al nord, non dobbiamo avere un gruppo politico formato da gente del sud, non dobbiamo sempre e solo lagnarci per un po' di monnezza che loro ci regalano.

Se io mi devo sentire italiano, lo devo essere per volontà ferdinandea e non cavouriana, è una sottile differenza che avrebbe potuto invertire le sorti dell'italia, ma visto che così non è, io sono uno stabiese, un napolitano, ed un duosiciliano, o se preferite meridionale!

giovedì 23 luglio 2009

Unità o uniformità?

Il sogno di unità nazionale si è trasformato in voglia di uniformare, minacciando in150 anni le diverse realtà territoriali con false ideolgie nazional-partitistiche finalizzate esclusivamente ad arricchire i discendenti di chi sognava l'unità; si sono create false illusioni di benessere socio-economico come caratteristica peculiare delle regioni settentrionali, causa di un flusso migratorio di milioni di persone e di risorse economiche dal sud al nord.
I presupposti “Nittiani” di inizio secolo sono stati fagocitati dalla potenza-prepotenza delle industrie settentrionali (pezzenti arricchiti con l’inganno dell’unità nazionale) nel progetto di ulteriore colonizzazione del meridione, causando uno stato di persistente subordinazione delle popolazioni meridionali alla cultura dell’economia settentrionale vincente, propagandata a gran voce dal governo centrale.
La subordinazione del popolo ma soprattutto dei politici meridionali, che negli anni si sono succeduti al governo, ha portato alla ricerca di elementi di imitazione da riproporre nelle terre del Sud, causando, con la complicità della questione meridionale, disastri in ogni campo di applicazione:
- l’urbanistica del meridione è stata vittima della standardizzazione degli insegnamenti universitari; se in passato le nostre università non avevano rivali nel settentrione, oggi all’interno di esse si insegna a costruire parallelepipedi di ferro, cemento e vetro cloni di stili riscontrabili in tutta la penisola italica. Il primo caso di standardizzazione è visibile in Napoli con Galleria Umberto I, copia di quella milanese, bella da vedere, ma utile solo nella piovosa città lombarda, Napoli è la città del sole; L’associazione della perdita degli stili costruttivi con la politica speculativa delle aziende del nord, ha permesso la crescita amorfa delle città meridionali facendo perdere le tracce di quella che è stata la storia architettonica delle nostre terre.
- La cultura gastronomica del meridione, ancora resiste, ma è fortemente influenzata dalla presenza dei grandi centri commerciali che smerciano prodotti industriali in tutta la penisola. Un mio amico disse “magiare tutti i giorni al McDonald è un abitudine che mi torna utile quando viaggio all’estero, per sentirmi a casa, devo assaporare un McChicken” (!!!) questo deve far riflettere quando vedete un napoletano che si compra la pizza surgelata della Findus all’Auchan. La stessa lega del nord nel suo programma ufficiale, combatte l’espandere dei centri commerciali, che reputa minacciosi nei confronti delle piccole realtà che commerciano i prodotti locali, intelligente pensiero, ma che mal si associa con la programmazione espansionista della Grande Distribuzione Organizzata, che si vede costretta a concentrare il suo potere nelle regioni del meridione causando un gravissimo danno alle produzioni gastronomiche locali.
- L’industria del meridione, una volta fiorente, ha subito prima il saccheggio degli invasori, poi la necessità, in seguito alla depredazione, di investimenti provenienti dai ladri del nord; ed oggi tutte le grandi industrie presenti al sud, sono vittime delle minacce provenienti dalle direzioni filo-settentrionali (Fiat, Fincantieri, ecc.) questo, la Cig, la mobilità, il progetto SudNordSud, sono causa di un continuo flusso migratorio di chi per necessità si trasferisce al nord per continuare a garantire un tenore di vita rispettabile alle proprie famiglie.
- Le vie di comunicazione, realizzate in tuta la penisola con una struttura ad albero, favoriscono il continuo sviluppo economico del nord, che grazie agli investimenti, passati, presenti e futuri, vede garantito lo scambio di merce e forza lavoro in linea orizzontali, a differenza del sud a cui viene garantito esclusivamente una movimentazione delle ricchezze in direzione nord.
- La predominanza del potere economico settentrionale ha provocato l’estinzione degli istituti di credito meridionali. Questi operano con programmi di finanziamento differenti in base alla latitudine: mentre al nord si finanziano idee o progetti, al sud, per avere mille euro devi ipotecare qualcosa. Al nord programmi di sviluppo al sud di consumo. I finanziamenti statali per il rinnovo del parco auto, funzionano, nell’ultimo anno sono state vendute migliaia di auto (lo si può notare viaggiando in autostrada, la mia auto del 2001 è la più vecchia) questo ha portato ad una falsa percezione di ripresa dalla crasi economica, infatti oltre alle case produttrici, questo intervento ha giovato soprattutto le banche, visto che il 90% di queste auto sono state comprate accedendo a sistemi di finanziamento, indebitando ulteriormente il popolo meridionale costretto ad arricchire gli unici esistenti istituti di credito settentrionali;

Non esiste un campo in cui l’azione politica non abbia cercato di standardizzare o assoggettare la popolazione meridionale, e purtroppo questo è uno dei pochi programmi ben riusciti della politica. Oggi siamo solo noi meridionali a sentirci italiani. Nello Esposito

giovedì 16 luglio 2009

UN TRAGEDIA CHE DURA DA QUASI 150 ANNI

ricevo e pubblico dal compaesano Nicola Longobardi...




Un "caso unico in Europa" secondo il rapporto Svimez sull'economia del MezzogiornoScelgono di abbandonare il Sud soprattutto laureati "eccellenti" e "pendolari di lungo raggio"
I meridionali emigrano ancoraal Nord in cerca di lavoro
Napolitano: per vera ripresa bisogna superare divario tra nord e sud, le istituzioni facciano di più




ROMA - Non hanno più la valigia chiusa con lo spago, ma i meridionali continuano a emigrare al Nord. Fenomeno che fa del mezzogiorno italiano "un caso unico in Europa", in cui la carenza di domanda di professioni di qualità spinge i migliori "cervelli" a cercare fortuna al centro-nord. E' quanto segnala il rapporto sull'economia del Mezzogiorno 2009 dello Svimez, associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno. Napolitano: "Istituzioni facciano di più". Deve crescere nelle istituzioni, così come nella società, la coscienza che il divario tra nord e sud deve essere corretto e superato: lo afferma Giorgio Napolitano in un messaggio allo Svimez in occasione della presentazione del rapporto 2009. "La crisi economica rafforza il convincimento che una prospettiva di stabile ripresa del processo di sviluppo debba essere fondata sul superamento degli squilibri territoriali, necessario per utilizzare pienamente tutte le potenzialità del nostro Paese". Il lavoro della Svimez, prosegue il capo dello Stato, "offre un contributo importante allo sviluppo di un confronto nazionale". Italia divisa in due. L'Italia, si legge nello studio, "continua a presentarsi come un paese spaccato in due sul fronte migratorio: a un centro-nord che attira e smista flussi al suo interno, corrisponde un sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla con pensionati, stranieri o individui provenienti da altre regioni". Inoltre, i posti di lavoro del Mezzogiorno, in particolare, "sono in numero assai inferiore a quello degli occupati. Ed è la carenza di domanda di figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale spinta all'emigrazione". 700mila emigrati in 10 anni. Tra il 1997 e il 2008 circa 700mila persone hanno abbandonato il mezzogiorno. Nel solo 2008 sono oltre 122mila i residenti delle regioni del sud partiti verso le regioni del centro-nord a fronte di un rientro di circa 60 mila persone. Oltre l'87% delle partenze ha origine da Puglia, Sicilia e Campania. In quest'ultima regione si registra l'emorragia più forte (-25 mila), a seguire Puglia e Sicilia rispettivamente con 12,2 mila e 11,6 mila unità in meno.
Pendolari di lungo raggio. Da considerare anche il fenomeno dei "pendolari di lungo raggio" che nel 2008 sono stati 173.000, 23mila in più rispetto al 2007. Persone residenti nel mezzogiorno ma con un posto di lavoro al centro-nord o all'estero, "cittadini a termine", come li definisce la Svimez, che rientrano a casa nel week end o un paio di volte al mese. Si tratta di giovani con un livello di studio medio-alto: l'80% ha meno di 45 anni e quasi il 50% svolge professioni di livello elevato, il 24% è laureato. Cittadini a termine. "Non lasciano la residenza - sottolinea la ricerca - generalmente perché non lo giustificherebbe né il costo della vita nelle aree urbane né un contratto di lavoro a tempo. Spesso sono maschi, singles, dipendenti full time in una fase transitoria della loro vita, come l'ingresso o l'assestamento nel mercato del lavoro". Le regioni che attraggono maggiormente i pendolari sono Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio. Le matricole scelgono gli atenei al nord. Rispetto ai primi anni 2000 sono aumentati i giovani meridionali trasferiti al centro-nord dopo il diploma che si sono laureati lì e lavorano lì, mentre sono diminuiti i laureati negli atenei meridionali in partenza dopo la laurea in cerca di lavoro. I laureati "eccellenti" abbandonano il sud. In vistosa crescita le partenze dei laureati "eccellenti": nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; tre anni più tardi la percentuale è balzata a quasi il 38%. Fenomeno, quest'ultimo, che si spiega con il fatto che la mobilità geografica sud-nord permette una mobilità sociale. I laureati meridionali che si spostano dopo la laurea al centro-nord vanno infatti incontro a contratti meno stabili rispetto a chi rimane, ma a uno stipendio più alto. Il 50% dei giovani immobili al sud non arriva a 1000 euro al mese, mentre il 63% di chi è partito dopo la laurea guadagna tra 1000 e 1500 euro e oltre il 16% più di 1500 euro.
(16 luglio 2009)



Fonte http://www.repubblica.it/

venerdì 3 luglio 2009

Il declino del sistema bancario meridionale – Il caso del Banco di Napoli


lunedì 29 u.s., alle ore 17, nella Sala A del Centro Congressi dell'Università degli Studi di Napoli Federico II, alla presenza di un folto e qualificato pubblico, è stato presentato il libro di Emilio ESPOSITO e di Antonio FALCONIO dal titolo “Il declino del sistema bancario meridionale – Il caso del Banco di Napoli” , ed. E.S.I. - Napoli. Introduzione di Gennaro Improta (Dir.Dipertimento di ingegneria Economico-., realtori Guido Trombetti (Rettore università Federico II, Enzo Giustino (Presidente Banco di Napoli SpA) Adriano Giannola (Presidente Istituto Banco di Napoli – Fondazione) Mario Raffa (Assessore allo sviluppo , Comune di Napoli) Congresso coordinato da Alfonso Ruffo (Direttore de Il Denaro)


ESTRATTI dal Testo del Libro
“….resta a carico dei vinti la responsabilità di non far disperdere la loro esperienza e la loro visione dei fatti, ricercando, illustrando e mettendo in ordine e in relazione ogni documento che risultasse utile. I vinti hanno cioè il dovere di non farsi annientare sino al punto di dimenticare la logica e la “correttezza“ delle proprie tesi e di seppellirle, all’incalzare dei cori dei tanti cortigiani di turno. Diversamente, trascorso il tempo della cronaca e della propaganda, la storia non troverebbe elementi meritevoli di considerazione da contrapporre alle tesi dominanti.”

“….. la ricerca ha portato ad individuare, anche mediante lo studio degli atti parlamentari dell’epoca, una insospettata quanto lucida linea di pensiero, comune alle minoranze e alle maggioranze, sia alla Camera dei Deputati che al Senato, di diversi Parlamentari meridionali, protesa a difendere la “meridionalità” del Banco di Napoli e del sistema bancario, a mettere a nudo i soprusi subiti, a denunziare i rischi e le conseguenze della loro distruzione ed a sollecitare, ad ogni piè sospinto, l’intervento del Tesoro e della Banca Centrale per riequilibrare le forze.
Questa linea venne del tutto ignorata sia perché largamente marginale nel quadro politico nazionale sia perché le Istituzioni economiche, politiche e sindacali locali, fatta qualche rara eccezione, si disinteressarono completamente del problema. In pratica il Mezzogiorno non destava più preoccupazione per nessuno. Ormai cominciava a premere la “questione settentrionale”.”

“L’intera vicenda assume un rilievo emblematico nell’ambito del sistema bancario meridionale, il cui smembramento costituisce l’ultimo anello di una lunga catena di spoliazioni perpetuate ai danni del Sud, che stanno facendo sentire i loro effetti non solo in ambito economico ma anche sul piano sociale e culturale.”

“Le vicende del Banco di Napoli e dell’intero sistema sono… emblematiche di un progressivo scivolamento del Mezzogiorno che è stato vittima ancora una volta di politiche che lo hanno privato dei suoi centri decisionali, determinando la generale “desertificazione” e la conseguente caduta del tono socio-culturale, oltre che di quello economico, dell’intera area.
Questo processo è stato portato avanti sotto il vessillo della supremazia assoluta del mercato, in coerenza con il piano di dismissione delle partecipazioni statali. In effetti, oltre a risolversi in netto vantaggio di ben individuati gruppi economici, il processo si è concluso proprio alla vigilia di un fase in cui la crisi globale ha indotto perfino gli Stati più liberisti ad immettere ingenti risorse pubbliche nei traballanti colossi mondiali privati della finanza e dell’industria. Così, mentre il modello tutto italiano delle partecipazioni statali è stato completamente smantellato in nome del mercato, per ironia della sorte viene prepotentemente rilanciata la sua attualità a livello globale.”
“La verità è che l’odierno sistema bancario meridionale non riesce a restituire al territorio contributi apprezzabili per il suo sviluppo economico e socioculturale e, molto spesso, gli operatori e le stesse famiglie avvertono una grande distanza con le strutture bancarie e non riescono nemmeno ad individuare l’interlocutore in grado di verificare le loro esigenze ed eventualmente di sostenere i loro progetti.”

“…..mancano al Sud reali spinte concorrenziali ed esiste ormai una strutturale asimmetria tra i colossi bancari guidati dal Centro-Nord e il tessuto delle piccole imprese del Mezzogiorno, le quali non riescono ad attrarre sulle loro frastagliate esigenze l’attenzione dei grandi gruppi finanziari, tutti protesi invece sul versante della raccolta dei fondi delle famiglie e delle stesse imprese.”

“E’ innegabile che il sistema tecnologico e l’intero ambiente socio-culturale tragga notevoli benefici dalla presenza di un autonomo sistema bancario locale che di per sé favorisce la crescita di competenze professionali e manageriali e l’accumulo di capitale sociale e di progresso civile.”

“…il blocco dell’Intervento Straordinario, deciso per le crescenti difficoltà della finanza pubblica, fu una delle cause fondamentali del dissesto dell’economia e del sistema bancario meridionali, soprattutto tenuto conto del fatto che non venne sostituito da una nuova e organica progettualità per il Mezzogiorno.
Per giunta il Banco di Napoli…… era stato incoraggiato da Tesoro e Bankitalia
a sostituirsi allo Stato negli interventi pubblici, attraverso l’accreditamento delle imprese che avevano ottenuto delibere di contributi dell’Intervento Straordinario…”

“Tutto ciò spiega anche l’enorme dimensione della crisi e perché essa esplose all’improvviso e, in definitiva, rende giustizia ad una gestione del Banco che in precedenza era sempre riuscita, sia pure in un contesto non facile ed in presenza di una sottocapitalizzazione ormai cronica, a tenere sotto adeguato controllo la situazione.
Ma se questo era il contesto, che al Sud assumeva toni veramente drammatici, perché criminalizzare a tutti i costi e in maniera indiscriminata il Banco di Napoli, tutti i suoi amministratori e chi onestamente vi lavorava, dal momento che proprio il Banco aveva svolto costantemente un ruolo di supplenza in favore del Mezzogiorno che era abbandonato sempre più a se stesso da parte dei poteri centrali?”

“Sicuramente, anche nel Banco, come in tutte le umane realtà, c’erano errori, ma ciò che va riconosciuto è che questi errori non erano diversi o più gravi di quelli che si commettevano nelle altre grandi banche del Paese. In definitiva, se il Banco non era migliore degli altri grandi Istituti di Credito, certamente non era peggiore.

“In realtà, le manchevolezze e gli errori riscontrati nel Banco di Napoli non erano per nulla diversi da quelli delle altre banche, per cui il Banco non era di certo la pecora nera e appestata del sistema bancario italiano, da abbattere a tutti i costi.
E se la sua lunga storia doveva pure sfociare in una più vasta aggregazione, così come i tempi mutati imponevano per consentire al sistema bancario italiano di competere meglio a livello globale, ciò poteva avvenire, come per altre banche, con
il riconoscimento dei suoi alti valori aziendali, senza gratuite criminalizzazioni, ma, con l’onore delle armi, nel pieno rispetto del ruolo di storico supporto dell’economia meridionale.”

E’ fuor di dubbio che le vicende del Banco di Napoli assumono rilievo emblematico nell’ambito dell’intero sistema bancario meridionale, la cui scomparsa costituisce l’ultimo anello di una lunga catena di spoliazioni perpetrate ai danni del Sud, vittima di politiche che hanno portato ad una generale “desertificazione” del territorio e alla conseguente caduta del tono socio-culturale, oltre che di quello economico, dell’intera area.
Si tratta purtroppo di risorse irrimediabilmente perdute per il Sud e per giunta portate via sotto il vessillo della supremazia assoluta del mercato - in concomitanza con il piano di dismissione delle partecipazioni statali - proprio alla vigilia dell’inversione di rotta degli Stati più liberisti che, ai nostri giorni, non esitano ad immettere ingenti mezzi pubblici nei traballanti colossi privati della finanza e dell’industria, pur di salvarli.
E così gli zelanti, sommi sacerdoti nostrani della supremazia assoluta e dell’integrità del mercato, invece di razionalizzare quanto già c’era, si sono alacremente dedicati a smantellare l’originale modello tutto italiano delle partecipazioni statali e ci sono brillantemente riusciti, per giunta a netto vantaggio di ben individuati gruppi economici, proprio mentre a livello mondiale si sta assistendo – ironia della sorte - all’ingresso massiccio degli Stati nell’imprenditoria privata, sia pure con intenti dichiarati (ma tutti da verificare) di temporaneità.

Le vicende del Banco di Napoli sono emblematiche anche perché sono ricche di sfaccettature che l’uomo comune non riesce ancora a capire. Vogliamo ricordarne solo alcune che toccano l’operato del Ministero del Tesoro, del suo Advisor e della Vigilanza della Banca d’Italia…..
Sono soltanto alcuni dei punti oscuri di questa complessa vicenda, ma l’elenco potrebbe diventare lunghissimo. Ci fermiamo qui, con la speranza che almeno su di essi anche l’uomo comune, avendone peraltro il pieno diritto, possa finalmente capire qualcosa.










ESTRATTI dalle Presentazioni


dalla Presentazione di Guido TROMBETTI:

“Il lettore si ritrova tra le mani un lavoro molto istruttivo. Un libro che ci aiuta a comprendere perché il territorio meridionale non sia riuscito a percorrere sino in fondo la strada dello sviluppo economico e sociale.
Emilio Esposito e Antonio Falconio ripercorrono con precisione le vicende che negli anni ’90 portarono alla liquidazione del Banco di Napoli. Una vicenda intricata, che gli autori hanno saputo trattare con rigore metodologico, preferendo far parlare i fatti e i numeri che hanno contrassegnato lo svolgersi dell’intera operazione.”

“Il libro di Emilio Esposito e Antonio Falconio ci dice come sia stato possibile che una classe dirigente abbia consapevolmente scelto di eliminare dalla scena un soggetto economico di così enorme rilevanza per la crescita della società meridionale.”

“Senza il “vecchio”Banco di Napoli oggi il Sud si presenta più debole nei confronti della crisi. Le istituzioni meridionali sono più isolate. Le imprese meridionali hanno difficoltà a trovare un partner finanziario che possa ascoltarle.
Manca, infine, un soggetto che promuova grandi progetti di sviluppo culturale e sociale, come avviene nelle aree del Centro –Nord.”


dalla Presentazione di Adriano GIANNOLA:

“La vicenda del “Banco di Napoli” è qui analizzata in un crescendo di cinque capitoli con una sequenza che affronta premesse, conseguenze e vari aspetti delle drammatiche vicende del triennio 1994-1996.”

“L’esposizione che Esposito e Falconio propongono dell’intricata matassa, ha pregio della linearità e della chiarezza; il che deriva dalla analiticità di un metodo che opportunamente sceglie di stare il più possibile adente ai fatti. Fatti che si commentano da soli e dai quali discende una chiave di lettura che ha una indubbia robustezza e che augurabilmente potrà contribuire a dissipare molti luoghi comuni nei quali questa vicenda è tuttora avvolta.
“Completa il lavoro, una documentazione, soprattutto proveniente dall’attività parlamentare, che rivela le preoccupazioni, gli allarmi ed il disagio – ma implicitamente anche gli assordanti silenzi, per non dire delle mancate risposte – che si manifestarono in quel breve arco di tempo rispetto a quegli eventi, accuratamente incapsulati in un vuoto pneumatico tuttora duro a morire.”

“Il volume oltre a rappresentare un contributo che invita ad una quanto mai necessaria “operazione verità” sul Banco stimola qualche riflessione - in un provocatorio parallelo tra”locale e globale” – sul dramma del credito che si sta consumando oggi col “melting down” patrimoniale delle nostre banche più reputate.”

“Il disastro di oggi sembra solo più moderno di quello di allora e l’esperienza di allora ben si presta a qualche considerazione sul presente.”
“La meccanica della crisi fu allora ben chiara per chi voleva vederla;ma ciononostante tutto fu dominato e condizionato dalla litania della “mala gestio” recitata con una interessata ansia di circoscrivere la vicenda in questo rassicurante, pedestre recinto.
Oggi il liquefarsi di tanto reputati campioni nazionali, prospetta come reale il rischio che si replichi la meccanica devastazione, vissuta dal Banco a seguito del collasso nel quale fu precipitata nel 1992 l’economia del Sud. Era comodo nel 1994-1995 invocare la lotta all’inefficienza e al clientelismo per coprire gli effetti dell’irresponsabile conduzione della liquidazione dell’intervento straordinario. L’economia del Sud fu spinta nel baratro, senza paracadute,con arrogante incuranza del rispetto dei patti, contratti e delibere già prese e formalizzate;condannando a morte decine e decine di imprese e, con loro, molte banche meridionali e, soprattutto, il Banco. Quando, dalla sera alla mattina, l’Agenzia del Mezzogiorno chiuse, rimasero “appesi” 20.000 mld di investimenti ammessi a contributo e di norma prefinanziati in attesa delle erogazioni che non ci furono. Ecco un decisivo “fatto esogeno”(ben noto e documentato in letteratura) che spazza via molti pettegolezzi e rimette con i piedi per terra questa vicenda.”

“Se allora ci si accanì con azioni di responsabilità di ben scarso fondamento, ora per coerenza dovremmo deportare a Guantanamo un bel gruppo di banchieri non fosse altro per aver intossicato i nostri campioni con quelle “relazioni pericolose” delle quali andavano così fieri o – forse – per aver contabilizzato nella frenetica corsa al “consolidamento” immobilizzazioni immateriali per decine di miliardi di euro che oggi rappresentano una quota ben consistente del patrimonio utile ai fini di vigilanza. Se si applicasse, ora, meno della metà della severità “Bancocida” di ieri, per andare a “vedere” se esiste e di che consistenza sia un bluff patrimoniale, forse alcune banche dovrebbero ritrarsi a precipizio, lasciando a secco tante imprese, e destinandole ineluttabilmente all’incaglio e al naufragio.
Il disastro dell’economia, come insegna l’esperienza, a sua volta trascina le banche in una silenziosa o fragorosa discesa nel Maelstrom.
Una differenza non di poco conto è che “allora”, la slavina fu provocata esogenamente , “ora” la regia del magnifico epilogo è firmata, per così dire, dall’Unione Mondiale dei banchieri – imprenditori.”

“Spogliata, per le note vicende, del patrimonio essa [la Fondazione Banco di Napoli] non ha più modo di sostenere – come fanno le altre Fondazioni – il proprio territorio, cioè il Mezzogiorno. E questo è per sempre, con buona pace delle teorizzazioni sulla sussidiarietà e sulla missione del “privato sociale” che affida alle Fondazioni di matrice bancaria il ruolo di attive protagoniste. In realtà – quale che sia l’azione della banca – su questo versante si è da allora attivato un meccanismo di divaricazione Nord – Sud, ancora poco percepito, potente e socialmente insidioso.
Di questi tempi, con gli sconvolgimenti che si profilano all’orizzonte di domani, non di secoli a venire (che prospettano salvataggi imponenti sotto mentite spoglie), “capire” in tutte le articolazioni il problema, è una condizione indispensabile per riaprire ed aggiornare un discorso interrotto, importante per mezza Italia e sul quale finora si è messa una pesante pietra tombale.
Liberare il discorso del Banco dai consolidati luoghi comuni, potrà contribuire - e non è poco – a far scendere dal piedistallo l’equivoco monumento eretto alla “questione settentrionale”, un’ ossessione alla quale fa eco da Sud lo sciocco intento di “abolire il Mezzogiorno”: un obiettivo finora perseguito con un certo successo ed al quale la conduzione di questa vicenda ha dato un decisivo contributo.”



dalla Presentazione di Enzo GIUSTINO:


“…ho sempre considerato la vita del Banco di Napoli speculare a quella del Mezzogiorno ed alla sua economia. Con le sue luci e le sue ombre…..nelle congiunture positive come in quelle negative.”

“…credo sia importante anche ricordare perché le vicissitudini del nostro maggiore Istituto di credito siano state nel tempo sempre rappresentate con una letteratura più riconducibile ai luoghi comuni che ai fatti.
E tra i fatti va ricordata la eccezionale e positiva reazione sul mercato delle strutture del Banco quando, con il consolidamento dei debiti degli enti locali di cui al decreto Stammati, eravamo nel ’77, l’Istituto fu costretto a dover affrontare il mare aperto della concorrenza….recuperò rapidamente negli anni successivi, mostrando così di avere strutture e capacità per conquistarsi quote di mercato…”
“…la vitalità del Banco a si è potuta verificare anche successivamente. Cioè quando, venduto per sessanta miliardi,….è stato poi rivenduto per ben seimila miliardi. Per cui delle due l’una:…o era stato svenduto prima o è stato sopravvalutato dopo.”
“….uno dei motori che aveva indotto l’Istituto a finanziare quella iniziativa [la costituzione della partecipata “Innovare Spa”, nel 1986] era soprattutto quello di creare le condizioni affinché i protagonisti del ruolo della ricerca e quelli dell’industria , qui nel Mezzogiorno, si parlassero. Affinché gli sforzi degli uni e degli altri potessero sommarsi. La Banca avrebbe secondato questo processo…”



dalla Presentazione di Alfonso RUFFO:

“Ha un nome il killer del Banco di Napoli ed è il “principio della massima prudenza”. Quello che ha indotto gli amministratori di allora a contabilizzare perdite molto al di là del dovuto (come la cronaca si è poi incaricata di scrivere) e quello che, ancora, ha suggerito alle classi dirigenti del periodo di non inimicarsi una politica dominata dall’astro nascente della Lega e un apparato burocratico statale piegato alle ragioni del Tesoro e della Banca d’Italia.
“Per calcolo, paura o ignoranza……….. l’intero società napoletana e meridionale non volle o non seppe difendere il suo bene più prezioso, che da cinquecento anni fungeva da agente di sviluppo nell’area più povera del Paese, facendosi anche carico di problemi che il governo centrale non riusciva a risolvere….

L’intero sistema creditizio meridionale è ridotto ad un mucchietto di cenere….e all’attenzione dell’agenda politica torna la proposta di realizzare una nuova banca con il compito di fare proprio quello che al Banco di Napoli si è imputato di aver fatto. Ammesso che si riesca a ricostruire lo strumento, si troveranno anche uomini che ricordino che di “massima prudenza” si può anche morire?”

“Il volume di Emilio Esposito ed Antonio Falconio copre un vuoto d’informazione enorme e colpevole.”


Napoli, giugno 2009