giovedì 16 luglio 2009

UN TRAGEDIA CHE DURA DA QUASI 150 ANNI

ricevo e pubblico dal compaesano Nicola Longobardi...




Un "caso unico in Europa" secondo il rapporto Svimez sull'economia del MezzogiornoScelgono di abbandonare il Sud soprattutto laureati "eccellenti" e "pendolari di lungo raggio"
I meridionali emigrano ancoraal Nord in cerca di lavoro
Napolitano: per vera ripresa bisogna superare divario tra nord e sud, le istituzioni facciano di più




ROMA - Non hanno più la valigia chiusa con lo spago, ma i meridionali continuano a emigrare al Nord. Fenomeno che fa del mezzogiorno italiano "un caso unico in Europa", in cui la carenza di domanda di professioni di qualità spinge i migliori "cervelli" a cercare fortuna al centro-nord. E' quanto segnala il rapporto sull'economia del Mezzogiorno 2009 dello Svimez, associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno. Napolitano: "Istituzioni facciano di più". Deve crescere nelle istituzioni, così come nella società, la coscienza che il divario tra nord e sud deve essere corretto e superato: lo afferma Giorgio Napolitano in un messaggio allo Svimez in occasione della presentazione del rapporto 2009. "La crisi economica rafforza il convincimento che una prospettiva di stabile ripresa del processo di sviluppo debba essere fondata sul superamento degli squilibri territoriali, necessario per utilizzare pienamente tutte le potenzialità del nostro Paese". Il lavoro della Svimez, prosegue il capo dello Stato, "offre un contributo importante allo sviluppo di un confronto nazionale". Italia divisa in due. L'Italia, si legge nello studio, "continua a presentarsi come un paese spaccato in due sul fronte migratorio: a un centro-nord che attira e smista flussi al suo interno, corrisponde un sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla con pensionati, stranieri o individui provenienti da altre regioni". Inoltre, i posti di lavoro del Mezzogiorno, in particolare, "sono in numero assai inferiore a quello degli occupati. Ed è la carenza di domanda di figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale spinta all'emigrazione". 700mila emigrati in 10 anni. Tra il 1997 e il 2008 circa 700mila persone hanno abbandonato il mezzogiorno. Nel solo 2008 sono oltre 122mila i residenti delle regioni del sud partiti verso le regioni del centro-nord a fronte di un rientro di circa 60 mila persone. Oltre l'87% delle partenze ha origine da Puglia, Sicilia e Campania. In quest'ultima regione si registra l'emorragia più forte (-25 mila), a seguire Puglia e Sicilia rispettivamente con 12,2 mila e 11,6 mila unità in meno.
Pendolari di lungo raggio. Da considerare anche il fenomeno dei "pendolari di lungo raggio" che nel 2008 sono stati 173.000, 23mila in più rispetto al 2007. Persone residenti nel mezzogiorno ma con un posto di lavoro al centro-nord o all'estero, "cittadini a termine", come li definisce la Svimez, che rientrano a casa nel week end o un paio di volte al mese. Si tratta di giovani con un livello di studio medio-alto: l'80% ha meno di 45 anni e quasi il 50% svolge professioni di livello elevato, il 24% è laureato. Cittadini a termine. "Non lasciano la residenza - sottolinea la ricerca - generalmente perché non lo giustificherebbe né il costo della vita nelle aree urbane né un contratto di lavoro a tempo. Spesso sono maschi, singles, dipendenti full time in una fase transitoria della loro vita, come l'ingresso o l'assestamento nel mercato del lavoro". Le regioni che attraggono maggiormente i pendolari sono Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio. Le matricole scelgono gli atenei al nord. Rispetto ai primi anni 2000 sono aumentati i giovani meridionali trasferiti al centro-nord dopo il diploma che si sono laureati lì e lavorano lì, mentre sono diminuiti i laureati negli atenei meridionali in partenza dopo la laurea in cerca di lavoro. I laureati "eccellenti" abbandonano il sud. In vistosa crescita le partenze dei laureati "eccellenti": nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; tre anni più tardi la percentuale è balzata a quasi il 38%. Fenomeno, quest'ultimo, che si spiega con il fatto che la mobilità geografica sud-nord permette una mobilità sociale. I laureati meridionali che si spostano dopo la laurea al centro-nord vanno infatti incontro a contratti meno stabili rispetto a chi rimane, ma a uno stipendio più alto. Il 50% dei giovani immobili al sud non arriva a 1000 euro al mese, mentre il 63% di chi è partito dopo la laurea guadagna tra 1000 e 1500 euro e oltre il 16% più di 1500 euro.
(16 luglio 2009)



Fonte http://www.repubblica.it/

venerdì 3 luglio 2009

Il declino del sistema bancario meridionale – Il caso del Banco di Napoli


lunedì 29 u.s., alle ore 17, nella Sala A del Centro Congressi dell'Università degli Studi di Napoli Federico II, alla presenza di un folto e qualificato pubblico, è stato presentato il libro di Emilio ESPOSITO e di Antonio FALCONIO dal titolo “Il declino del sistema bancario meridionale – Il caso del Banco di Napoli” , ed. E.S.I. - Napoli. Introduzione di Gennaro Improta (Dir.Dipertimento di ingegneria Economico-., realtori Guido Trombetti (Rettore università Federico II, Enzo Giustino (Presidente Banco di Napoli SpA) Adriano Giannola (Presidente Istituto Banco di Napoli – Fondazione) Mario Raffa (Assessore allo sviluppo , Comune di Napoli) Congresso coordinato da Alfonso Ruffo (Direttore de Il Denaro)


ESTRATTI dal Testo del Libro
“….resta a carico dei vinti la responsabilità di non far disperdere la loro esperienza e la loro visione dei fatti, ricercando, illustrando e mettendo in ordine e in relazione ogni documento che risultasse utile. I vinti hanno cioè il dovere di non farsi annientare sino al punto di dimenticare la logica e la “correttezza“ delle proprie tesi e di seppellirle, all’incalzare dei cori dei tanti cortigiani di turno. Diversamente, trascorso il tempo della cronaca e della propaganda, la storia non troverebbe elementi meritevoli di considerazione da contrapporre alle tesi dominanti.”

“….. la ricerca ha portato ad individuare, anche mediante lo studio degli atti parlamentari dell’epoca, una insospettata quanto lucida linea di pensiero, comune alle minoranze e alle maggioranze, sia alla Camera dei Deputati che al Senato, di diversi Parlamentari meridionali, protesa a difendere la “meridionalità” del Banco di Napoli e del sistema bancario, a mettere a nudo i soprusi subiti, a denunziare i rischi e le conseguenze della loro distruzione ed a sollecitare, ad ogni piè sospinto, l’intervento del Tesoro e della Banca Centrale per riequilibrare le forze.
Questa linea venne del tutto ignorata sia perché largamente marginale nel quadro politico nazionale sia perché le Istituzioni economiche, politiche e sindacali locali, fatta qualche rara eccezione, si disinteressarono completamente del problema. In pratica il Mezzogiorno non destava più preoccupazione per nessuno. Ormai cominciava a premere la “questione settentrionale”.”

“L’intera vicenda assume un rilievo emblematico nell’ambito del sistema bancario meridionale, il cui smembramento costituisce l’ultimo anello di una lunga catena di spoliazioni perpetuate ai danni del Sud, che stanno facendo sentire i loro effetti non solo in ambito economico ma anche sul piano sociale e culturale.”

“Le vicende del Banco di Napoli e dell’intero sistema sono… emblematiche di un progressivo scivolamento del Mezzogiorno che è stato vittima ancora una volta di politiche che lo hanno privato dei suoi centri decisionali, determinando la generale “desertificazione” e la conseguente caduta del tono socio-culturale, oltre che di quello economico, dell’intera area.
Questo processo è stato portato avanti sotto il vessillo della supremazia assoluta del mercato, in coerenza con il piano di dismissione delle partecipazioni statali. In effetti, oltre a risolversi in netto vantaggio di ben individuati gruppi economici, il processo si è concluso proprio alla vigilia di un fase in cui la crisi globale ha indotto perfino gli Stati più liberisti ad immettere ingenti risorse pubbliche nei traballanti colossi mondiali privati della finanza e dell’industria. Così, mentre il modello tutto italiano delle partecipazioni statali è stato completamente smantellato in nome del mercato, per ironia della sorte viene prepotentemente rilanciata la sua attualità a livello globale.”
“La verità è che l’odierno sistema bancario meridionale non riesce a restituire al territorio contributi apprezzabili per il suo sviluppo economico e socioculturale e, molto spesso, gli operatori e le stesse famiglie avvertono una grande distanza con le strutture bancarie e non riescono nemmeno ad individuare l’interlocutore in grado di verificare le loro esigenze ed eventualmente di sostenere i loro progetti.”

“…..mancano al Sud reali spinte concorrenziali ed esiste ormai una strutturale asimmetria tra i colossi bancari guidati dal Centro-Nord e il tessuto delle piccole imprese del Mezzogiorno, le quali non riescono ad attrarre sulle loro frastagliate esigenze l’attenzione dei grandi gruppi finanziari, tutti protesi invece sul versante della raccolta dei fondi delle famiglie e delle stesse imprese.”

“E’ innegabile che il sistema tecnologico e l’intero ambiente socio-culturale tragga notevoli benefici dalla presenza di un autonomo sistema bancario locale che di per sé favorisce la crescita di competenze professionali e manageriali e l’accumulo di capitale sociale e di progresso civile.”

“…il blocco dell’Intervento Straordinario, deciso per le crescenti difficoltà della finanza pubblica, fu una delle cause fondamentali del dissesto dell’economia e del sistema bancario meridionali, soprattutto tenuto conto del fatto che non venne sostituito da una nuova e organica progettualità per il Mezzogiorno.
Per giunta il Banco di Napoli…… era stato incoraggiato da Tesoro e Bankitalia
a sostituirsi allo Stato negli interventi pubblici, attraverso l’accreditamento delle imprese che avevano ottenuto delibere di contributi dell’Intervento Straordinario…”

“Tutto ciò spiega anche l’enorme dimensione della crisi e perché essa esplose all’improvviso e, in definitiva, rende giustizia ad una gestione del Banco che in precedenza era sempre riuscita, sia pure in un contesto non facile ed in presenza di una sottocapitalizzazione ormai cronica, a tenere sotto adeguato controllo la situazione.
Ma se questo era il contesto, che al Sud assumeva toni veramente drammatici, perché criminalizzare a tutti i costi e in maniera indiscriminata il Banco di Napoli, tutti i suoi amministratori e chi onestamente vi lavorava, dal momento che proprio il Banco aveva svolto costantemente un ruolo di supplenza in favore del Mezzogiorno che era abbandonato sempre più a se stesso da parte dei poteri centrali?”

“Sicuramente, anche nel Banco, come in tutte le umane realtà, c’erano errori, ma ciò che va riconosciuto è che questi errori non erano diversi o più gravi di quelli che si commettevano nelle altre grandi banche del Paese. In definitiva, se il Banco non era migliore degli altri grandi Istituti di Credito, certamente non era peggiore.

“In realtà, le manchevolezze e gli errori riscontrati nel Banco di Napoli non erano per nulla diversi da quelli delle altre banche, per cui il Banco non era di certo la pecora nera e appestata del sistema bancario italiano, da abbattere a tutti i costi.
E se la sua lunga storia doveva pure sfociare in una più vasta aggregazione, così come i tempi mutati imponevano per consentire al sistema bancario italiano di competere meglio a livello globale, ciò poteva avvenire, come per altre banche, con
il riconoscimento dei suoi alti valori aziendali, senza gratuite criminalizzazioni, ma, con l’onore delle armi, nel pieno rispetto del ruolo di storico supporto dell’economia meridionale.”

E’ fuor di dubbio che le vicende del Banco di Napoli assumono rilievo emblematico nell’ambito dell’intero sistema bancario meridionale, la cui scomparsa costituisce l’ultimo anello di una lunga catena di spoliazioni perpetrate ai danni del Sud, vittima di politiche che hanno portato ad una generale “desertificazione” del territorio e alla conseguente caduta del tono socio-culturale, oltre che di quello economico, dell’intera area.
Si tratta purtroppo di risorse irrimediabilmente perdute per il Sud e per giunta portate via sotto il vessillo della supremazia assoluta del mercato - in concomitanza con il piano di dismissione delle partecipazioni statali - proprio alla vigilia dell’inversione di rotta degli Stati più liberisti che, ai nostri giorni, non esitano ad immettere ingenti mezzi pubblici nei traballanti colossi privati della finanza e dell’industria, pur di salvarli.
E così gli zelanti, sommi sacerdoti nostrani della supremazia assoluta e dell’integrità del mercato, invece di razionalizzare quanto già c’era, si sono alacremente dedicati a smantellare l’originale modello tutto italiano delle partecipazioni statali e ci sono brillantemente riusciti, per giunta a netto vantaggio di ben individuati gruppi economici, proprio mentre a livello mondiale si sta assistendo – ironia della sorte - all’ingresso massiccio degli Stati nell’imprenditoria privata, sia pure con intenti dichiarati (ma tutti da verificare) di temporaneità.

Le vicende del Banco di Napoli sono emblematiche anche perché sono ricche di sfaccettature che l’uomo comune non riesce ancora a capire. Vogliamo ricordarne solo alcune che toccano l’operato del Ministero del Tesoro, del suo Advisor e della Vigilanza della Banca d’Italia…..
Sono soltanto alcuni dei punti oscuri di questa complessa vicenda, ma l’elenco potrebbe diventare lunghissimo. Ci fermiamo qui, con la speranza che almeno su di essi anche l’uomo comune, avendone peraltro il pieno diritto, possa finalmente capire qualcosa.










ESTRATTI dalle Presentazioni


dalla Presentazione di Guido TROMBETTI:

“Il lettore si ritrova tra le mani un lavoro molto istruttivo. Un libro che ci aiuta a comprendere perché il territorio meridionale non sia riuscito a percorrere sino in fondo la strada dello sviluppo economico e sociale.
Emilio Esposito e Antonio Falconio ripercorrono con precisione le vicende che negli anni ’90 portarono alla liquidazione del Banco di Napoli. Una vicenda intricata, che gli autori hanno saputo trattare con rigore metodologico, preferendo far parlare i fatti e i numeri che hanno contrassegnato lo svolgersi dell’intera operazione.”

“Il libro di Emilio Esposito e Antonio Falconio ci dice come sia stato possibile che una classe dirigente abbia consapevolmente scelto di eliminare dalla scena un soggetto economico di così enorme rilevanza per la crescita della società meridionale.”

“Senza il “vecchio”Banco di Napoli oggi il Sud si presenta più debole nei confronti della crisi. Le istituzioni meridionali sono più isolate. Le imprese meridionali hanno difficoltà a trovare un partner finanziario che possa ascoltarle.
Manca, infine, un soggetto che promuova grandi progetti di sviluppo culturale e sociale, come avviene nelle aree del Centro –Nord.”


dalla Presentazione di Adriano GIANNOLA:

“La vicenda del “Banco di Napoli” è qui analizzata in un crescendo di cinque capitoli con una sequenza che affronta premesse, conseguenze e vari aspetti delle drammatiche vicende del triennio 1994-1996.”

“L’esposizione che Esposito e Falconio propongono dell’intricata matassa, ha pregio della linearità e della chiarezza; il che deriva dalla analiticità di un metodo che opportunamente sceglie di stare il più possibile adente ai fatti. Fatti che si commentano da soli e dai quali discende una chiave di lettura che ha una indubbia robustezza e che augurabilmente potrà contribuire a dissipare molti luoghi comuni nei quali questa vicenda è tuttora avvolta.
“Completa il lavoro, una documentazione, soprattutto proveniente dall’attività parlamentare, che rivela le preoccupazioni, gli allarmi ed il disagio – ma implicitamente anche gli assordanti silenzi, per non dire delle mancate risposte – che si manifestarono in quel breve arco di tempo rispetto a quegli eventi, accuratamente incapsulati in un vuoto pneumatico tuttora duro a morire.”

“Il volume oltre a rappresentare un contributo che invita ad una quanto mai necessaria “operazione verità” sul Banco stimola qualche riflessione - in un provocatorio parallelo tra”locale e globale” – sul dramma del credito che si sta consumando oggi col “melting down” patrimoniale delle nostre banche più reputate.”

“Il disastro di oggi sembra solo più moderno di quello di allora e l’esperienza di allora ben si presta a qualche considerazione sul presente.”
“La meccanica della crisi fu allora ben chiara per chi voleva vederla;ma ciononostante tutto fu dominato e condizionato dalla litania della “mala gestio” recitata con una interessata ansia di circoscrivere la vicenda in questo rassicurante, pedestre recinto.
Oggi il liquefarsi di tanto reputati campioni nazionali, prospetta come reale il rischio che si replichi la meccanica devastazione, vissuta dal Banco a seguito del collasso nel quale fu precipitata nel 1992 l’economia del Sud. Era comodo nel 1994-1995 invocare la lotta all’inefficienza e al clientelismo per coprire gli effetti dell’irresponsabile conduzione della liquidazione dell’intervento straordinario. L’economia del Sud fu spinta nel baratro, senza paracadute,con arrogante incuranza del rispetto dei patti, contratti e delibere già prese e formalizzate;condannando a morte decine e decine di imprese e, con loro, molte banche meridionali e, soprattutto, il Banco. Quando, dalla sera alla mattina, l’Agenzia del Mezzogiorno chiuse, rimasero “appesi” 20.000 mld di investimenti ammessi a contributo e di norma prefinanziati in attesa delle erogazioni che non ci furono. Ecco un decisivo “fatto esogeno”(ben noto e documentato in letteratura) che spazza via molti pettegolezzi e rimette con i piedi per terra questa vicenda.”

“Se allora ci si accanì con azioni di responsabilità di ben scarso fondamento, ora per coerenza dovremmo deportare a Guantanamo un bel gruppo di banchieri non fosse altro per aver intossicato i nostri campioni con quelle “relazioni pericolose” delle quali andavano così fieri o – forse – per aver contabilizzato nella frenetica corsa al “consolidamento” immobilizzazioni immateriali per decine di miliardi di euro che oggi rappresentano una quota ben consistente del patrimonio utile ai fini di vigilanza. Se si applicasse, ora, meno della metà della severità “Bancocida” di ieri, per andare a “vedere” se esiste e di che consistenza sia un bluff patrimoniale, forse alcune banche dovrebbero ritrarsi a precipizio, lasciando a secco tante imprese, e destinandole ineluttabilmente all’incaglio e al naufragio.
Il disastro dell’economia, come insegna l’esperienza, a sua volta trascina le banche in una silenziosa o fragorosa discesa nel Maelstrom.
Una differenza non di poco conto è che “allora”, la slavina fu provocata esogenamente , “ora” la regia del magnifico epilogo è firmata, per così dire, dall’Unione Mondiale dei banchieri – imprenditori.”

“Spogliata, per le note vicende, del patrimonio essa [la Fondazione Banco di Napoli] non ha più modo di sostenere – come fanno le altre Fondazioni – il proprio territorio, cioè il Mezzogiorno. E questo è per sempre, con buona pace delle teorizzazioni sulla sussidiarietà e sulla missione del “privato sociale” che affida alle Fondazioni di matrice bancaria il ruolo di attive protagoniste. In realtà – quale che sia l’azione della banca – su questo versante si è da allora attivato un meccanismo di divaricazione Nord – Sud, ancora poco percepito, potente e socialmente insidioso.
Di questi tempi, con gli sconvolgimenti che si profilano all’orizzonte di domani, non di secoli a venire (che prospettano salvataggi imponenti sotto mentite spoglie), “capire” in tutte le articolazioni il problema, è una condizione indispensabile per riaprire ed aggiornare un discorso interrotto, importante per mezza Italia e sul quale finora si è messa una pesante pietra tombale.
Liberare il discorso del Banco dai consolidati luoghi comuni, potrà contribuire - e non è poco – a far scendere dal piedistallo l’equivoco monumento eretto alla “questione settentrionale”, un’ ossessione alla quale fa eco da Sud lo sciocco intento di “abolire il Mezzogiorno”: un obiettivo finora perseguito con un certo successo ed al quale la conduzione di questa vicenda ha dato un decisivo contributo.”



dalla Presentazione di Enzo GIUSTINO:


“…ho sempre considerato la vita del Banco di Napoli speculare a quella del Mezzogiorno ed alla sua economia. Con le sue luci e le sue ombre…..nelle congiunture positive come in quelle negative.”

“…credo sia importante anche ricordare perché le vicissitudini del nostro maggiore Istituto di credito siano state nel tempo sempre rappresentate con una letteratura più riconducibile ai luoghi comuni che ai fatti.
E tra i fatti va ricordata la eccezionale e positiva reazione sul mercato delle strutture del Banco quando, con il consolidamento dei debiti degli enti locali di cui al decreto Stammati, eravamo nel ’77, l’Istituto fu costretto a dover affrontare il mare aperto della concorrenza….recuperò rapidamente negli anni successivi, mostrando così di avere strutture e capacità per conquistarsi quote di mercato…”
“…la vitalità del Banco a si è potuta verificare anche successivamente. Cioè quando, venduto per sessanta miliardi,….è stato poi rivenduto per ben seimila miliardi. Per cui delle due l’una:…o era stato svenduto prima o è stato sopravvalutato dopo.”
“….uno dei motori che aveva indotto l’Istituto a finanziare quella iniziativa [la costituzione della partecipata “Innovare Spa”, nel 1986] era soprattutto quello di creare le condizioni affinché i protagonisti del ruolo della ricerca e quelli dell’industria , qui nel Mezzogiorno, si parlassero. Affinché gli sforzi degli uni e degli altri potessero sommarsi. La Banca avrebbe secondato questo processo…”



dalla Presentazione di Alfonso RUFFO:

“Ha un nome il killer del Banco di Napoli ed è il “principio della massima prudenza”. Quello che ha indotto gli amministratori di allora a contabilizzare perdite molto al di là del dovuto (come la cronaca si è poi incaricata di scrivere) e quello che, ancora, ha suggerito alle classi dirigenti del periodo di non inimicarsi una politica dominata dall’astro nascente della Lega e un apparato burocratico statale piegato alle ragioni del Tesoro e della Banca d’Italia.
“Per calcolo, paura o ignoranza……….. l’intero società napoletana e meridionale non volle o non seppe difendere il suo bene più prezioso, che da cinquecento anni fungeva da agente di sviluppo nell’area più povera del Paese, facendosi anche carico di problemi che il governo centrale non riusciva a risolvere….

L’intero sistema creditizio meridionale è ridotto ad un mucchietto di cenere….e all’attenzione dell’agenda politica torna la proposta di realizzare una nuova banca con il compito di fare proprio quello che al Banco di Napoli si è imputato di aver fatto. Ammesso che si riesca a ricostruire lo strumento, si troveranno anche uomini che ricordino che di “massima prudenza” si può anche morire?”

“Il volume di Emilio Esposito ed Antonio Falconio copre un vuoto d’informazione enorme e colpevole.”


Napoli, giugno 2009

mercoledì 1 luglio 2009

LA FUORVIANTE SEGNALETICA

Il mio amico, Maurizio, mi ha inviato una appassionata mail, con un link.
Maurizio mi sono permesso di ricopiare il tuo articolo/denuncia, perchè reputo quantomai inverosimile l'attenzione che gli amministratori regionali hanno nei confronti di Castellammare, tanto da non sapere neanche come si scrive;
Non voglio aprire nessuna polemica, ma immaginare che fra un anno siederà alla poltrona del primo cittadino una nuova persona, che qualunque sia il suo orientamento politico, dipenderà da una dirigenza regionale, i cui interessi sono rivolti a mantenere pulito il mare di sorrento e capri, è interessata a spendere milioni di euro per il waterfront napoletano, dimenticandosi del più grande parco naturale che comprende appunto anche Castellammare di Stabia.
E pensare che ci sono politici che sono stati artefici della vendita di una buona superficie di Monte Faito alla FINTECNA (società che possiede anche la finacantieri).
Continuando a SVENDERE il nostro territorio, o facendolo amministrare da persone che non conosco neanche il nome della nostra città, ed infine tendono a CANCELLARE LA NOSTRA STORIA, il popolo stabiese (come identità) è destinato all'estinzione!
Grazie Maurizio per quello che fai.


Facendo seguito ad una segnalazione del naturalista stabiese Ferdinando Fontanella, cogliamo l’occasione per condividere e commentare con tutti gli affezionati lettori, alcuni “strani” comportamenti di quella che dovrebbe essere la più importante istituzione di protezione della natura e promozione turistica del nostro territorio, ossia l’Ente Parco Regionale dei Monti Lattari.
A molti sarà noto che tra i comuni dell’Ente Parco, Castellammare con circa 65.000 abitanti, è quello più grande. Appurato ciò, vediamo però, qual è il livello di considerazione che i “Dirigenti” del Parco hanno per la celebre “Città delle Acque”.
La prima delle incongruenze/disattenzioni, è facilmente verificabile direttamente nel sito ufficiale: www.parcodeimontilattari.it, dove nella rubrica interna denominata “I Comuni del Parco”, la città di Castellammare di Stabia è annoverata con una sola “m” (Castellamare); qualcuno potrà pensare ad una banale distrazione, ed è esattamente ciò che gli autori del portale stabiese www.liberoricercatore.it (tra cui lo stesso Fontanella) pensarono prima di prendersi la briga di segnalare, a più riprese, il suddetto errore alla redazione del sito del “Parco”, ma tali missive e ogni qualsivoglia ulteriore tentativo di comunicazione fatto per amore di Castellammare e del giusto, purtroppo, ad oggi è rimasto tristemente inascoltato… che pensare quindi: “Noncuranza, mancata ottemperanza lavorativa o più semplicemente beata ignoranza?!”
Ma non è stata certamente questa “banale” distrazione ortografica, che ci ha spinto ad impaginare il presente articolo/denuncia, veniamo quindi alle nuove, strabilianti iniziative dell’Ente Parco che ci dimostrano quanto questa neonata Istituzione, sia presente, conosca e abbia veramente a cuore la tutela del vasto patrimonio storico/naturalistico di Castellammare. Ecco i fatti: da qualche giorno all’ingresso di via Quisisana (per intenderci la salita che conduce ai rinomati boschi di Quisisana e al viale degli Ippocastani del Palazzo Reale), campeggiano in bella mostra due nuovissimi cartelli stradali, appositamente studiati dal Parco Regionale dei Monti Lattari per segnalare due importanti realtà del territorio stabiese.
Il primo di questi cartelli segnala che da Castellammare è possibile prendere una strada per il Faito, e fin qui tutto bene (Castellammare è collegata al Faito), peccato solo che appena pochi tornanti più su, questa strada, che per anni ha deliziato gli amanti del "verde", oggi risulta essere pericolosissima per la mancanza di un costone franato, che ha ristretto o meglio dimezzato la carreggiata, particolare questo, assolutamente da non trascurare che ne pregiudica la normale percorribilità: facciamo notare che poco distante dalla frana è stata inopinatamente divelta e spostata sul ciglio della strada la transenna di sbarramento, sulla quale vi è un cartello che attesta che la strada dovrebbe essere chiusa al pubblico passaggio, così come disposto da ordinanza comunale. Immaginate quindi un povero turista o un qualsiasi altro sventurato che seguendo le indicazioni dell’Ente Parco tenta di salire al Faito da Castellammare e di punto in bianco, magari proprio in un momento di distrazione o di rilassamento, si trova a dover affrontare il tratto di strada franata…
Il secondo cartello invece indica che a Quisisana esiste un fantomatico “Albergo Reale”. Chi vive a Castellammare e conosce tutte le strutture ricettive, sa bene che questo albergo non esiste, e che il cartello verosimilmente fa riferimento al “Palazzo Reale di Quisisana” (peraltro ancora in ultimazione di restauro); con ogni probabilità, chi ha commissionato il cartello ha confuso, o meglio ha erroneamente messo in risalto l'aspetto meno importante della lunga e decorosa storia del Palazzo, prendendo a riferimento un aspetto marginale che ha caratterizzato per un breve periodo questa struttura, quando in un certo periodo del ‘900 il Palazzo Reale di Quisisana (originariamente residenza estiva dei regnanti di casa Borbone e polo attrattivo di tutta la nobiltà d'epoca), è divenuto sul calare della sua "Reale" esistenza, albergo Royal.
Mettetevi però, nei panni dell'ignaro turista ed immaginate l’effetto fuorviante che la suddetta cartellonistica può sortire, se il turista è interessato ad un pernottamento. Alla luce dei fatti esposti, le conclusioni risultano più che chiare: l’Ente Parco Regionale dei Monti Lattari ha impiantato i nuovi cartelli (ciò è lodevole), ma non si è affatto preoccupata di approfondire la conoscenza, le attuali problematiche e le esigenze del territorio stabiano.
La cartellonistica, che risulta essere inesatta o quanto meno inadeguata e non attendibile, potrebbe rivelarsi addirittura pericolosa per la pubblica incolumità, si fa pertanto appello ai responsabili dell’Ente Parco e agli Amministratori cittadini di rimuovere quanto prima i fuorvianti cartelli prima che si verifichi l’irreparabile. Si attende quindi con fiducia un pronto intervento risolutore.

martedì 30 giugno 2009

Perché il Re?

Ricevo e pubblico da Zitara

A quel che si sente dire, nella prossima settimana, si coagulerà un partito del Sud, espressione del personale politico siciliano e meridionale messo alle strette dalle restrizioni che il governo bossista va operando sulla spesa pubblica meridionale allo scopo di gonfiare quella settentrionale.
Se è questo il motivo della nascita di un partito del Sud, tanto valeva fondarlo negli anni Settanta, allorché ci si poté rendere conto che i governi italiani nella scelta tra industrializzare il Sud o portare avanti il grande capitalismo industriale e le centrali bancarie settentrionali, preferirono la seconda opzione.
Alimentato lo scempio del terremoto dell’Irpinia per motivi esclusivamente democristiani o socialisti, il festino si è chiuso, né ha prospettive di future edizioni.
Dal 1860 al 1971 il Sud ha pagato in denari contanti per lo sviluppo e l’occupazione del settentrione, allo scopo di innalzare il grado di partecipazione all’assetto statualistico delle nazioni europee. Non sono stati soldi spesi male, siamo felici di dirlo, ma vorremmo anche essere ringraziati, cosa che non avviene. Il Sud non ha bisogno del Nord e può crescere sulle proprie gambe (come avveniva prima dell’unità), sempre che sia messo in condizione di governare i propri surplus economici annuali, invece che conferirli alle centrali bancarie di Torino, Milano e Firenze.
Il partito che sta per nascere, e ci auguriamo che nasca, perché comunque innescherà uno scontro di opinioni. Il problema essenziale del Sud è costituito dal 25% della sua popolazione in età di lavoro – che non trova lavoro moderno- cioè circa 3 milioni di disoccupati veri ed occulti. Il compito della futura classe dirigente meridionale consiste nel colmare questa enorme frana, ma l’eredità che l’attuale classe dirigente porta dentro di sé, è delle peggiori, per dirla senza infingimenti di sorta, sono la corruzione e il menefreghismo di fronte all’interesse collettivo. Il meridione non ha bisogno di giochi di potere, ma di restaurare, dopo centocinquant’anni di corruzione cavurrista, la sacralità della legge e dello Stato, e ciò può discendere solo dal ritorno della monarchia legittima, sulla formazione di una aristocrazia politica, colta e onesta, che riprenda in mano il governo del paese meridionale. Di una rappresentanza popolare selezionata in modo nuovo, che faccia da setaccio all’autorità amministrativa.
Gli interessi divergenti tra Napoli e Palermo, che furono la causa della sconfitta dell’esercito borbonico del 1860, sono superati dall’evoluzione del quadro generale instauratosi nel Mediterraneo che si va ulteriormente assestando. E’ tuttavia un legittimo diritto dei siciliani decidere se stare con le popolazioni italiote del vecchio Regno o se creare uno stato proprio.
Nicola Zitara

martedì 16 giugno 2009

COLONIA DEI FERROVIERI

Promettere, cercando di non dimenticare nessuno che possa godere di un progetto, protrarre la discussione fino alla campagna elettorale ed iniziare i lavori solo dopo la rielezione a Sindaco di Castellammare di Stabia, Questa è politica!!!
Si tira in ballo nuovamente l’ex colonia dei ferrovieri, si propone di farla diventare o un centro per anziani (Voti!!!) o un ostello per la gioventù e centro per la cultura destinato ai giovani stabiesi (altri voti!!!) o un super albergo di lusso (guadagni sicuri per le casse comunali e buon merce di scambio per …voti!!!)
La politica, anzi il pensiero dei politici è volto solo ai consensi elettorali, ed a conferma di quello che dico si può constatare come negli ultimi periodi, alla luce dei risultati elettorali, si vedono le alleanze/riappacificazioni fra vari partiti stabiesi.
Poco importa se già è stato deciso cosa dovrà diventare l’ex colonia dei ferrovieri, (chissà forse vedremo fra 4-5 anni un bel HOTEL MARRIOT STABIAE, albergo superlussuoso, chissà forse il Sindaco ha già contattato qualche albergatore che nella nostra zona rappresenta qualche catena alberghiera per constatare la fattibilità del progetto) , l’importante è recuperare consensi elettorali aprendo un dibattito cittadino, e coinvolgendo il popolo in una discussione pilotata.
La ricerca di consensi politici con la realizzazione di opere pseudopubbliche, porta benefici fittizi ai cittadini, che vedono nuove strutture ma non possono trarne benefici diretti, magari anche passeggiando la dove prima c’era uno spazio aperto.
Per esempio con la delocalizzazione delle risorse turistiche, Marina di Stabia, si lascia nel centro cittadino il porto industriale, (tendenza opposta a tutte le realtà di riqualificazione del water front di diverse cittadine europee), quindi da una parte un oasi di ricchezza non fruibile vista la posizione infelice (stiamo parlando quasi di Torre Annunziata!!!) ed un'altra inaccessibile ora e dopo la ristrutturazione perché è, e sarà sempre, luogo di carico e scarico merce dalle navi (il porto ed i sottoservizi sono strutturati per questo), quindi non si può parlare di una riconversione turistica della città se prima non si creano i presupposti, anzi si distrugge quello che di buono c’era.
La “donazione” di parte del litoraneo pubblico “ex calce e cemento” a società con sede legale al nord per la realizzazione di altri spazi chiusi alla cittadinanza, anzi al popolo stabiese.
Palazzo Reale. Troppo lontano per poter promettere alla popolazione qualcosa di concreto, meglio scaricare le pene alla Regione Campania!!!
In ultimo con la realizzazione del futuro albergo superlusso “ex colonia dei ferrovieri” si occluderà un ulteriore spazio che forse andrebbe sfruttato diversamente.
Ma cosa farne allora dell’ex colonia dei Ferrovieri?
Vista la posizione e la struttura, creata per essere ricettiva, sarebbe difficile prevederne un utilizzo diverso, ma sicuramente qualcosa per la popolazione può essere fatto.
In diverse città Europee sono nate le residenze di sviluppo, studio e compagnia.
In effetti sono luoghi in cui gli anziani, ancora fisicamente autosufficienti vanno ad abitare, ed in cui trovano come coinquilini giovani non sposati ed in cerca di prima casa. I primi coltivano il proprio orto, insegnando ai secondi l’arte dell’agricoltura, o l’arte della professione da loro esercitata in passato, mentre i secondi ricambiano regalando il proprio tempo libero, per fare la spesa, per sbrigare una pratica burocratica, o magari per un po’ di compagnia per vedere una partita di calcio in televisione.
L’ente cittadino avrà il compito di controllare, stabilire le condizioni per accedere al servizio ed effettuare costantemente (in alcuni casi sono stati realizzati uffici in loco) il mantenimento di tali requisiti, e naturalmente la banca del tempo è un requisito a cui i giovani e gli anziani non possono sottrarsi per accedere alla residenza.
Certo questa è solo un idea, sono sicuro che a tanti potrebbe piacere, ma “i tanti” non sono la politica, sono semplicemente il popolo.
Nello Esposito

venerdì 12 giugno 2009

REDAZIONE DUE SICILIESaviano: ecco le storie disperate di un Sud sempre meno europeo

Ricevo e pubblico da redazione due sicilie



Saviano: ecco le storie disperate di un Sud sempre meno europeo
di Marco Alfieri


11 Giugno 2009
Roberto Saviano


«La questione meridionale, in fondo, continua a esistere». Siamo sempre lì, «al vecchio Giuseppe Mazzini, che ai nuovi militanti della Giovane Italia diceva: ricordatevi, l'Italia sarà soltanto quel che sarà il sud Italia…». Cos'altro è, dopotutto, «quella tragica diaspora di cervelli campani, pugliesi, calabresi o siciliani verso il nord che interrompe la speranza di migliorare il mezzogiorno, se non questione meridionale? Certo, la politica ha buon gioco a passarla sotto silenzio. Ma ci sono interi territori, paesi, che si stanno svuotando nel silenzio dell'opinione pubblica e dei media. Purtroppo sono rare le persone di talento che riescono a restare al sud. Il cinismo e l'apatia ti divorano. Che tu sia fabbro o musicista, quando tutto diventa impossibile, la quotidianità o anche solo una serata da passare in tranquillità, non puoi far altro che galleggiare, e appagarti di tutto…». L'altro ieri, per Mondadori, è uscito il nuovo libro di Roberto Saviano.

S'intitola La bellezza e l'inferno e raccoglie una serie di articoli e racconti brevi 2004-2009. Lo scrittore che ha svelato al mondo gli orrori e le miserie di Gomorra, ieri è venuto al Sole 24 Ore, e ha discusso con noi di politica, di economia, di criminalità, di bellezza, che è poter continuare a scrivere «ai miei lettori. A chi ha reso possibile che Gomorra divenisse un testo pericoloso», come sta scritto nel frontespizio di copertina del suo libro. Certo in una vita costretta. E di inferno, o almeno di un suo spicchio perverso: i brogli di Napoli, l'incendio siciliano a poche ore dal voto, e «l'astensionismo che ha paralizzato mezzo meridione, impedendo a molta gente di partecipare in modo pulito alla cosa pubblica».

Dice Saviano «che il sud continua ad essere un bacino enorme di voti facili, acquistati a poco». Una prassi consolidata, il voto di scambio, «ma ai tempi della Dc e del Psi era centrato su un baratto chiaro: un voto, un lavoro. Adesso lo scambio è costruito sui 50 euro. Sui 25 euro. Sul telefonino nuovo. Sul corso di formazione. Sono queste le nuove monete della politica meridionale. Tutto è svilito, svalutato».

Per Saviano l'astensionismo nasce da qui. «Lo dimostra come sia stato più alto alle Europee dove c'era meno da guadagnarci dal voto. Alle amministrative, invece, al seggio ci vai, perché in questo modo ti risparmi un mese di mutuo, o una spesa al supermercato pagata». Non sono esempi a caso quelli di Saviano, ma è la mappatura delle forze dell'ordine su questa terribile peste che è il voto di scambio. «Solo che c'è un salto di scala fortissimo rispetto ai tempi di Giovanni Falcone. Oggi i cartelli sanno che la politica va gestita con enorme cura. Non mettono più loro uomini direttamente, ma fanno al modo delle grandi corporation, in grado di fare pressioni sulla politica con il loro business economico. Le cosche hanno in mano il ciclo del cemento, dei trasporti, del petrolio». I punti nevralgici. «Ovvio che riescano ad indirizzare il consenso e i voti senza quasi sporcarsi le mani».

Ma così la politica diventa qualcosa di inutile, «che ti da un sollievo momentaneo, come quello dei pusher». Un placebo corruttivo. «E poi svaluta tutto. Chiunque vada su, poco cambia. Tanto rosso o nero che sia, sappiamo bene dietro chi comanda. Tanto più nella politica locale, dove la criminalità organizzata cerca la trasversalità. E non si salva nessuno». Nessuno.

Dice Saviano che lo stesso voto europeo «ha riacceso gli appetiti sulla grande fame di capitali pubblici per sostenere intere strutture di welfare che lo stato italiano non è più in grado di mantenere. Questa è oggi l'Europa vista dal meridione: una nuova grande Cassa del mezzogiorno. A Napoli, Reggio Calabria, Bari, Palermo, i fondi Ue servono per tenere insieme i corsi di formazione, la disoccupazione, le clientele e le attività sportive». Per questo il cambiamento elettorale alla provincia di Napoli fa pensare molto Saviano. «È difficile credere, dopo quel che è successo sui rifiuti e l'attenzione sui cartelli criminali, raccontata in mondovisione, che a Napoli si sia fatta una campagna elettorale senza citare mai una volta, la parola camorra. Mai, dico mai, un riferimento alle contraddizioni della criminalità organizzata. Mai un accenno al ciclo del cemento, o al fatto che molte persone coinvolte nella campagna hanno avuto problemi enormi con i cartelli criminali».

Purtroppo, invece, «prevale il cinismo che nasce dal quotidiano campare», dice Saviano. «L'idea che chi vuole che le cose cambino in realtà sta solo speculando sulle tue aspettative». A tutto questo contribuisce una politica ridotta a merce di scambio. «Un tremendo suk. E non è moralismo il mio, badate. La politica, lo insegnano gli anglosassoni, è anche affermazione delle proprie ambizioni e del proprio talento. Ma questo non significa rubare o saccheggiare, dovrebbe essere anzi uno stimolo a gestire meglio la cosa pubblica».

Com'è lontana l'America, per Saviano. «Democratici o Repubblicani, fa lo stesso. Piena di passione, di speranza. Da noi è ridotta ad un pantano. Lo diceva già Giustino Fortunato: al sud fa politica di solito il più brigone, il più furbo. Il figlio più di talento, fa l'imprenditore. O se ne va».

Invece l'ultima volta che Saviano ha sentito un tuffo al cuore è stata quella volta al Circo Massimo, ottobre 2003. «I tre milioni di Sergio Cofferati. Perché se non parla al cuore, se è a cuore freddo, la politica è finita. Spacciata». Per questo, «mi chiedo: ma davvero l'elettorato meridionale non si rende conto di quanto siano infettati molti suoi amministratori? Io non lo credo. Perché poi il 50 euro del voto di scambio ti torna indietro con interessi usurai quando ti intombano i rifiuti vicino a casa, o gli scarti tossici sotto le scuole dei tuoi figli, come in Calabria, o nelle discariche satolle in Campania, o quando sei costretto ad emigrare o a lavorare militarizzato nei cantieri».

Non solo sud, dice però Saviano. Perché il grande intreccio sale e sale come la linea della palma di Leonardo Sciascia. Ogni anno, si mangia un pezzetto di Stivale. «Il problema è proprio questo. Al nord cittadini e istituzioni non hanno cognizione vera della piaga. Al nord la mafia non è un problema sociale, come a Scampia, a Casal di Principe o a Locri, ma economico, perché ormai le mafie investono quasi solo qui. Al sud, non le conviene. Lo dicono i rapporti del Procuratore nazionale antimafia».

Siamo alla grande spartizione. «La ricostruzione dell'Abruzzo alla camorra, l'Expo di Milano alla n'drangheta». Come? «Una sola parolina magica: sub-appalto. La grande impresa pulita vince la gara, ma poi, dietro, chi fornisce il calcestruzzo? Chi le pale meccaniche? Chi i carpentieri? E chi ti fa il massimo ribasso del 40%?». Già il pool antimafia di Antonino Caponnetto lo diceva: «se l'unico criterio di aggiudicazione è sempre e solo il minor costo al minor tempo possibile di realizzazione, vinceranno sempre loro, le imprese colluse».

Ma dice Saviano che con la crisi salirà ancora la linea della Palma. «Gli studi dell'Onu ci dicono che la grande recessione sta spingendo il narcotraffico ad entrare nelle banche europee. La liquidità sta per finire lì dentro, con una certa perversa lungimiranza. Perché non entrano per impossessarsene. Ma per orientare e governare la ripresa economica, dirottando i flussi finanziari su quelle attività e quei settori d'impresa che decideranno le sorti del paese domani».
Nemmeno si può fermare questa peste solo con le belle parole. «Le associazioni, le denunce, i manifesti, gli appelli. No. Solo il business sano scaccerà i soldi marci. Solo se rendi conveniente fare i soldi puliti si riesce a sconfiggere Gomorra». Oggi pagare l'estorsione paradossalmente conviene. «In cambio hai sicurezza sul posto di lavoro, garanzia di consegna nei tempi dei Tir, le assicurazioni a sconto, uno sportello prestiti senza interessi usurai, i permessi per aprire i locali e i prodotti della spesa in offerta, come il latte, che i casalesi compravano da Parmalat al 30% in meno».

E poi l'inferno, come un pezzo di titolo del suo nuovo libro, per Saviano «è sempre più l'idiozia della classe dirigente meridionale, convinta che se si denuncia il marcio si allontanano gli investimenti. Parliamo del bene, non del male, dicono. Parliamo di turismo, non di camorra. Ma questa è una colossale bugia. Perché non puoi incentivare il turismo se distruggi le coste, o se il circuito viene alimentato con i soldi sporchi».

«È come se parlando del male tifassi per il male», s'immalinconisce Saviano. «Un'accusa che viene fatta a me e ai tanti maestri di strada che provano a cambiare le cose, ma che proprio non sopporto. Quasi fosse la missione di un fissato, di un mistico». Per questo, ripete, ci vuole la convenienza, anche utilitaristica, a fare business pulito.

«E' la Silicon valley che si deve fare nel sud. E questo lo possono fare solo grandi aziende illuminate. Chi ha uno spirito diverso, come Adriano Olivetti, che arrivò a Napoli e fece costuire piccole villette per i suoi dipendenti vista mare». Non un dettaglio romantico. «Già Eleonora Pimentel De Fonseca istituì il diritto di ogni napoletano a vedere il mare, che poi era il modo per fermare il futuro abusivismo». I rivoluzionari partenopei e Olivetti. «Ripartiamo da qui», dice Saviano. «Dal migliorare le piccole cose della vita quotidiana: i bus che arrivano in tempo, il laboratorio di analisi che funziona… Una quotidianità infernale ti peggiora solo, ti abbruttisce. Né basta per salvarsi il blasone della storia, o una cultura grandiosa alle spalle. Sarebbe solo un grande alibi…».

venerdì 29 maggio 2009

E' GIA' TEMPO DI COSRUIRE LA FLOTTA

Ricevo e pubblico da

Nicola Zitara


Nei rapporti commerciali, politici e culturali di uno Stato con l'estero non sempre esiste coincidenza d'interessi tra lo Stato e le singole regioni dello stesso. Ciò è particolarmente vero per il Mezzogiorno d'Italia. A riguardo occorre notare che con l'unità politica del 1861 tutte le relazione estere che il Regno delle Due Sicilie (cioè il paese meridionale) intratteneva furono cancellate. La cancellazione mortificò e negò alla radice anche gli interessi sottostanti. Al Mezzogiorno vennero interposti interessi non sempre suoi. La nuova classe al governo orientò le sue decisioni sulla base dalla domanda padana. Il Mezzogiorno si trovò trascinato a condividere la politica commerciale adottata da Cavour nella fase del Regno di Sardegna, la quale privilegiava gli scambi con la Francia (confinante con il Piemonte). In una fase in cui mancava ancora in Italia una industria moderna e la domanda di manufatti era soddisfatta con le importazioni dall'estero, la posizione frontaliera di Piemonte, Liguria e Lombardia portò alla concentrazione in queste regioni dei grandi distributori nazionali di manufatti esteri. Il crollo dei capitalisti meridionali fu altissimo, e altissimo fu l'interfacciale profitto dei capitalisti padani, tanto che s'ingenerò la favola di un Nord industrializzato, mentre in realtà si trattava soltanto di un capitalismo commerciale privilegiato dalla localizzazione sulla frontiera centroeuropea del nuovo Stato.

La sommatoria unitaria tra regioni propriamente continentali (la Padana) e regioni mediterranee, nonché la posizione dominante assunta dalle prime, è una delle cause profonde e meno note del disastro meridionale. Ieri come oggi la vicenda commerciale e le relazioni economiche con l'estero sono fondamentali per la storia di tutti i paesi. Prendiamo il caso di due grandi Repubbliche marinare italiane: Genova e Venezia, nei fatti due imperi economici. Entrambe decaddero in seguito all'inaugurazione di una rotta marittima verso l'Oriente, con la circumnavigazione dell'Africa, e con la scoperta dell'America. Merci rare e costose che, trasportate da carovane di cammelli attraverso le montagne e i deserti orientali, presero ad arrivare in Europa in grande quantità e a prezzi accettabili a un pubblico più numeroso di consumatori. Emersero le grandi potenze navali dell'Oceano Atlantico, l'Olanda, il Portogallo, la Spagna, la Francia, l'Inghilterra. Per i suoi rifornimenti l'Italia, da paese privilegiato, divenne un paese dipendente. Bisognò inaugurare nuove rotte d'alto mare e nuove rotte sotto costa. Sul finire del '600, i mercanti inglesi s'impiantarono a Livorno rifondando la fisionomia economica del luogo. A sua volta i livornesi svilupparono una rete d'intensi traffici intorno alla Penisola. L'attività della mercatura livornese ha grande rilevanza per la penetrazione di manufatti inglesi in Italia, specialmente nel Sud, e per l'adozione di consumi moderni. L'egemonia livornese si protrasse per tutto il Settecento e solo nella prima metà dell'Ottocento Napoli riuscì a mettere in piedi una sua marina competitiva, che praticò le coste del Sud ben oltre l'unità, integrando le produzioni di province fra loro lontane, e che si spense soltanto sulla soglia della Prima Guerra Mondiale.

Le ferrovie polarizzate su Milano, su Torino, sul Brennero hanno stravolto l'economia e la vita del Sud. Da centro del mondo ancora al tempo di Federico II, il Sud è passato a essere un lembo marginale, superfluo dell'Europa. Ma mentre noi piangiamo sulla nostra infelice vicenda collettiva, le rotte del commercio mondiale non sono più quelle di vent'anni fa. Ben prima di noi ne hanno preso coscienza le popolazioni padane, le quali si aggrappano sempre più pervicacemente all'economa del Centro Europa per non perire anch'esse di marginalità storica. Ma l'Europa non può più sopravvivere come un'area economica chiusa o quasi chiusa in se stessa. L'indipendenza dell'Egitto, l'allargamento del Canale di Suez, lo sviluppo economico dell'Asia stanno rimettendo in gioco le rotte del commercio mondiale. Senza questi fatti il successo del porto di Gioia Tauro sarebbe inspiegabile. Ma Gioia non può restare un gioiello solitario.

Il nostro sussiego di uomini bianchi ci indice a immaginare l'Africa settentrionale come un luogo abitato dagli ascari della Domenica del Corriere, truppe cammellate in divisa bianca, fez rosso e piedi nudi che combattono sotto il generale Graziani a fianco delle nostre truppe. A cinquant'anni dalla decolonizzione, dall'altra parte delle coste europee ci sono oggi importanti nazioni moderne, alcune delle quali hanno già imboccato la via dello sviluppo economico e dell'istruzione obbligatoria. Questi paesi hanno rapporti lontani, confinari con il resto del mondo. A essi, come al Sud italiano le rotte d'alto mare non bastano a integrare e sviluppare le economie interne. In verità queste rotte lontane non sono mai granché esaltanti. Nel secolo XVIII le rotte atlantiche non avrebbero giovato molto all'America del Nord se non si fosse sviluppata a fianco una rotta tutta americana con le Antille e l'America centrale per lo smercio di grano, di farina e di manufatti. Nell'Ottocento la rete ferroviaria messa in piedi nei vari paesi europei, compresa l'Italia toscopadana, sviluppò non tanto gli scambi internazionali quanto gli scambi interni, regionali e locali. Il progresso materiale fu grandioso. Al Sud, data la natura del territorio le ferrovie non prestavano a scambi facili e costosi. Ferdinando II spese una cifra colossale in porti, cantieri, navi per animare gli scambi. Le nostre amate Marine joniche non sarebbero nate senza quei traffici. Il veliero - una sorta di venditore ambulante sul mare - calata l'ancora in rada, sbarcava e imbarcava prodotti agricoli freschi e trasformati, e manufatti. Il naviglio più grande trasportava merci destinate al rifornimento delle due capitali, dei grossi centri urbani e per l'esportazione. I maggiori importatori ed esportatori avevano le loro aziende nelle città portuali e dovunque esistesse uno scaricatoio. Non di rado il dettagliante offriva le sue merci da una barca. Spesso a praticare il piccolo commercio era lo stesso capitano del veliero. Lo storico sidernese Mimmo Romeo, spulciando e compulsando atti notarili e documenti amministrativi nell'Archivio di Stato di Locri ha trovato ha trovato che nel 1868, nella rada di un paesino che non aveva diecimila abitanti, gettarono l'ancora 543 bastimenti, per una portata complessiva di 14.579 tonnellate e un movimento passeggeri di 895 persone; nove ogni 100 abitanti. Nel 1843, quando la popolazione insediata nella rada di Siderno aveva raggiunto appena le 6.483 unità, vennero imbarcati o sbarcati i seguenti prodotti: olio, legname di gelso, pelli, agrumi, fichi secchi (al tempo un alimento fondamentale per gli eserciti), legna di ulivo da ardere, canapa, scorza di faggio, ossa di bove, cacio, salame, vino, castagne, noci, seta grezza in matassa, carbon fossile, granatella. La marineria è stata la più grande eredità che Ferdinando II ci ha lasciato. Ancora nel 1920 i grossisti di Siderno importavano la farina via mare. Gli scambi locali, l'integrazione delle economie nascono così.

Oggi si ha un'idea sbagliata dell'Africa settentrionale. Si tratta invece di componenti essenziali della civiltà come oggi viene definita. Prima della Grecia e di Roma c'erano l'Egitto e i paesi delle sponde orientali del Mediterraneo. In età greca la Cirenaica fu la sponda navale per i commerci tra città greche e città magnogreche. In età romana, l'attuale Tunisia fu la provincia più ricca e colta dell'Impero; un primato che si prolungò all'età bizantina. L'Africa non è oggi così lontana come ai tempi di Mussolini. La decolonizzazione ha cambiato tutto. Costruiamo la flotta, come fece Ferdinando II, può farlo per esempio un consorzio fra le regioni meridionali. Sarà un mondo antico e nuovo. I traffici e lo sviluppo verranno.

martedì 19 maggio 2009

INDIPENDENZA CAPRESE


“…provo nostalgia per il piccolo mondo antico che si va spopolando … per far posto ad una industria ..” 
Con queste parole pronunciate in un discorso funebre Edwin Cerio Sindaco di Capri nel 1922 salutò il Manfredi Pagano, ed io le rispolvero per salutare una realtà che i giochi politici stanno ammazzando.
L’accanimento verso una persona, titolare di una grande azienda caprese, sta distruggendo quella sensazione di indipendenza che l’isola poteva fino ad ora vantare, se non quella politica ed economica, almeno quella elettrica.
C’è gente sull’isola che si sta battendo per la realizzazione di un elettrodotto tipo xtle, per collegare l’isola di Capri alla rete elettrica nazionale, e forse sono le stesse persone che gioivano quando il 28 settembre 2003 non si accorsero del blackout che colpì l’intera nazione, perché Capri grazie alla sua centrale termoelettrica potè vantare della sua autonomia.
La centrale elettrica è di proprietà S.I.P.P.I.C. ( Società per le imprese pubbliche e private per l’isola di Capri).
La SIPPIC, creata per volontà di alcune persone filonittiane nel 1905, per creare “l’impianto e l’esercizio di imprese elettriche e di qualunque altra impresa pubblica o privata, che potesse giovare allo sviluppo dell’isola di Capri”, la sede legale inizialmente era a Milano, come tutti i soci e fu creata proprio per volontà dei milanesi che avevano acquistato tramite la Società immobiliare alberghi, alcune strutture ricettive (quisisana ed albergo pagano) ed avevano bisogno di tanta energia elettrica per dare un servizio eccellente all’allora crescente turismo, e soprattutto per alimentare la nuova FUNICOLARE (stesso proprietario).
La SIPPIC è sopravvissuta alla nazionalizzazione delle imprese produttrici di energia elettrica del 1962, (che portò alla scomparsa tra l’altro dell’unica azienda produttrice di energia elettrica del mezzogiorno la SME).
Intanto è passata nelle mani di un proprietario del SUD Italia diventando a tutti gli effetti una società caprese a servizio dei capresi.
Ma questa è storia.
Ora che i capresi godono di una indipendenza elettrica(se non si considera l’acquisto del carburante) vogliono REGALARE i loro soldi nuovamente ai milanesi.
I cavi dell’elettrodotto a realizzarsi, saranno prodotti dalla Pirelli Cavi, per esempio, e sarà di proprietà Terna, e porterà energia elettrica prodotta dall’Enel. A queste società andranno i soldi dei capresi, che vedranno probabilmente anche deturpare anche la spiaggia retrostante il porto commerciale (uno dei probabili punti d’arrivo del cavidotto), ed è da coraggiosi o incoscienti sottoscrivere un progetto del genere, ora che l’italia sta diventando un paese economicamente federalista, significa privare i capresi di soldi provenienti da una attività locale, per finanziare, in virtù della legge federale, le casse delle regioni settentrionali che godranno, se pur di una piccola somma, di tasse provenienti dalla fatturazione dell’energia elettrica e dei sottoservizi installati sull’isola di Capri.
Naturalmente non è tutto oro quello che luccica, l’attuale centrale di produzione di energia elettrica sita nel bel mezzo dello skyline portuale caprese, reca un danno enorme alla vista dei turisti ed ai polmoni dei residenti, che sono costretti a respirare i fumi prodotti dalla combustione della centrale, ma la centrale è stata costruita ad inizio del secolo scorso da milanesi, quindi da persone che badavano al risultato immediato a discapito del gusto e di una visione futura di un paese.
Quindi se ci sono soldi da poter investire, è più ragionevole dirottarli sulla delocalizzazione e riconversione di una struttura che garantisca l’indipendenza dalle società settentrionali di produzione di energia elettrica, non lasciamo che la finanza milanese invada per la seconda volta l’isola di capri.
È incredibile poi che la lotta nei confronti della SIPPIC trovi come promotore uno che fino a qualche anno fa voleva trasformare l’isola in un Principato. Ma questi sono giochi politici non hanno un filo logico!
Nello Esposito



mercoledì 29 aprile 2009

Chi ha davvero a cuore le sorti dell’italia?

I momenti che più amo sono quelli che precedono le elezioni, qualsiasi esse siano; è in questi momenti che le forze politiche tirano fuori dai propri cilindri le più fantasiose cavolate per raggiungere il loro principale obbiettivo, i consensi elettorali, i voti!

È inutile parlare male del governo Berlusconi, il suo operato non raggiungerebbe la mia bravura nel criticarlo. Naturalmente non tutti la possono pensare come me, ma mi chiedo:

cosa ha fatto di concreto per il sud italia? quanti fondi sono stati dirottati dall’expò di milano al Sud italia? quali iniziative ha intrapreso per risollevare le sorti dei piccoli imprenditori meridionali? Quali leggi sono state varate per la salvaguardia dell’agricoltura nel meridione? Ha usato lo stesso metro di azione nella valutazione delle emergenze? (l’ultima domanda si riferisce alla prontezza nell’inviare l’esercito nel meridione quando nel nord italia ci sono cinesi che si ammazzano, folle di giovani che prendono a sassate i vigili urbani, o un giro spaventoso di droghe di ogni genere ed in ogni fascia sociale). In che modo ha favorito le regioni del sud con il varo del federalismo fiscale? …

quindi premesso che il mio voto non andrà certamente alla coalizione di centro destra, non mi resta che votare l’opposizione?

!!!

quale opposizione, quella senza leader e senza programma? Quella rappresentata da Franceschini? È da poco partita anche per loro la caccia ai voti, che hanno portato il leader(???) del PD su un treno in giro per l’italia, e ad Eboli, ha promesso (anche lui) di attivarsi per un assegno di mantenimento per i laureati disoccupati, dichiarando che il governo ha tradito il mezzogiorno.

Premesso che mezzogiorno è una parola usata solo dai politici per individuare una parte del paese in cui è sempre ora di mangiare (Troisi docet), io mi chiedo “e voi in questo tradimento che ruolo avete interpretato?” Non vi sprecate a fare i moralisti quando il vostro ruolo in questo tradimento è stato quello di RUFFIANI.

Dove eravate quando vi è stato mostrato il disegno di legge sul federalismo fiscale? Eravate nelle retrovie annuendo. Di chi era il compito di redarguire le incompetenze mostrate da Bassolino nel gestire per anni una città ed una regione nel peggior modo possibile, aprendo le porte ai facili arricchimenti delle aziende del nord che venivano a “mangiare” a casa nostra? E quale posizione avete preso negli anni mentre le compagnie petrolifere sfruttavano il territorio Lucano portando via vita e ricchezze? Cosa avete fatto per evitare che le ricchezze, umane ed economiche, prodotte nel mezzogiorno finissero nelle solite tasche di pochi imprenditori del nord italia? e nei vostri giri in barca, non avete mai notato la quantità di navi che con i loro veleni giacciono sol fondo a largo della costa ionica calabrese?…

La differenza fra Berlusconi e Franceschini, è che il primo si muove sulla base di un programma e con un obbiettivo, personale, ma presente, che gli garantiscono i voti di una parte del paese; il secondo è un piatto vuoto, il cui unico obbiettivo è parlare male del primo!

Vicino a questa corrente politica c’è quella di DI PIETRO… vabbè, ho detto tutto!

Altra alternativa UDC, si quella che ha per candidato EMANUELE FILIBERTO DI SAVOIA, l’erede delle belve che hanno massacrato un popolo e distrutto una nazione! Non vedo il motivo per cui dare il voto a loro.

L’ MPA ha un valido programma, raggiungere il 4%, per il resto, visto i programmi, le persone, e le iniziative, non vedo niente nè di MOVIMENTO tantomeno di AUTONOMIE.


Purtroppo non si può contare neanche sui movimenti partiti indipendentisti meridionali, che sono vittime degli atteggiamenti e le strategie politiche interne;

ATTENZIONE, non parlo di alleanze con partiti nazionali, ma di atteggiamenti e strategie degne di dei peggio partiti politici, con la differenza che una dichiarazione di un leader nazionale muove milioni di voti, una dichiarazione di un leader di un movimento o partito indipendentista, può interessare ad una decina di persone.


Il problema principale non è rappresentato dai politici, ma dagli elettori.

I parassiti prolificano in un corpo malato.

LA DEMOCRAZIA E’ PURE ESPRIMERE CON LA SCHEDA NULLA L’INESISTENZA DI UNA CLASSE POLITICA CHE HA A CUORE LE SORTI DEL SUD ITALIA!

Nello Esposito

giovedì 16 aprile 2009

Luttwak come Zitara: meglio un Sud indipendente


L'opinione di un famoso politologo

Luttwak come Zitara: meglio un Sud indipendente

Riprendiamo per l'informazione dei lettori di "Fora..." i passi salienti di un'intervista rilasciata da Edward Luttwak. Edward Luttwak è membro del CSIS Center for Strategic and International Studies di Washington, politologo esperto di problemi italiani. In questa intervista vengono trattati alcuni aspetti che riguardano il Sud Italia. La posizione di Luttwak è particolarmente interessante, ed in alcuni versi addirittura controcorrente.

Giornalista : In caso di decentramento, o al peggio di separazione, che ne sarebbe del Sud? Verrebbe sempre più abbandonato o, potendo produrre a più bassi costi, rifiorirebbe?
Luttwak : E evidente che il sistema Italia, negli ultimi 50 anni, ha favorito il Nord molto più del Sud. Regalando un mercato protetto, quello appunto meridionale, dove si possono vendere macchinette scassate a alto prezzo. E vero che lo Stato ha anche assicurato massicci trasferimenti di soldi dal Nord al Sud, ma quando l’oro estratto al Nord viene filtrato attraverso una rete politica di clientele ciò che arriva a destinazione è soltanto acido corrosivo, peggio fango: perché anziché favorire lo sviluppo provoca un ulteriore deperimento. Un meccanismo malefico che ha scoraggiato gli imprenditori meridionali dall’assumere rischi, e li ha trasformati in clientes, collettori di quei fondi settentrionali che in cambio di consenso politico Roma smistava al Sud. Quindi è logico pensare che se il Sud venisse lasciato a sé stesso, e per sopravvivere fosse quindi obbligato a sfruttare le proprie risorse, le cose per i meridionali andrebbero molto meglio. Sono convinto che un Sud indipendente, abbandonato dalla Padania, riuscirebbe a camminare bene con le sue gambe. Progredirebbe anzi molto più del Nord.

Giornalista: E i mercati internazionali assisterebbero imperturbabili allo scollamento?
Luttwak: Conoscendo la psicologia degli operatori internazionali, si sprecherebbero le interpretazioni ironiche. Si parlerebbe di spirito da operetta. Ma, al fondo, l’enfasi dei discorsi cadrebbe sulle continuità. Sulla certezza che la proprietà sarebbe salvaguardata. Dopotutto l’Italia è forse l’unico paese in Europa che non ha mai conosciuto rivoluzioni, dove ancora molta gente nasce, vive e muore nella stessa città, se non addirittura nella stessa casa degli antenati. Certo, come avviene in tutti i cambiamenti, ci sarebbe uno scotto da pagare. Ma non sarebbe troppo alto. Se si pensa che negli ultimi anni l’Italia non ha avuto governi democratici ma tecnocratici.

Giornalista: Il Nord è otto volte più ricco del Sud. Al di là dei dibattiti sul federalismo e delle sue virtù terapeutiche a lungo raggio, cosa si può fare al momento per ridurre queste abissali distanze?
Luttwak : Il concetto di Sud è diventato un’astrazione che non tiene assolutamente conto della realtà. Ci sono zone in Puglia, per esempio, che come capacità produttiva e livello di reddito competono con le aree del Nord. E allora?

Giornalista: Ma perché allora i fallimenti vengono imputati anche alla presunta pigrizia delle popolazioni meridionali?
Luttwak : Il motivo è politico. Tutte le problematiche italiane più affascinanti sono concentrate al Sud. È lì che crollano gli alibi della Prima repubblica. È proprio li, dove lo Stato ha cercato di essere più attivo, che anziché il progresso si è prodotto il massimo dello scempio.

Giornalista: C’è una corrente della cultura italiana, il meridionalismo, che ha prodotto fior di dibattiti accademici. È mai possibile che tutti questi intellettuali non abbiano
mai partorito un’idea valida?
Luttwak: L’ingegno meridionale ha avuto felici applicazioni fuori dal Sud. Ma lo Stato non ha mai permesso che trovasse sbocchi in casa propria. Lo Stato non aveva alcun interesse a valorizzarle, perché il progresso avrebbe distrutto la rete del clientelismo e gli avrebbe quindi im-pedito di controllare il territorio.

Giornalista: Sull’arretramento ha però influito anche la prepotente espansione della malavita.
Luttwak: Prima c’è il sistema di corruzione politica e poi c’è la malavita. Se il corpo
è sano, i parassiti possono esercitare addirittura una funzione positiva. In Italia la delinquenza organizzata è solo il frutto dell’abbandono dello Stato.
(Fonte: New ton Compton)